Come abbiamo voluto sottolineare nel nostro comunicato del 24, giorno dell’ingresso delle forze armate russe in territorio ucraino, la scelta di Putin di piegare con la forza delle armi l’Ucraina apre uno scenario completamente nuovo, che torna a confrontarci con la distruzione portata dalla guerra sul nostro territorio e che per noi Europei rappresenta una nuova sfida. E’ evidente infatti che questo è uno spartiacque che ci dimostra che dopo la fine della Guerra fredda non siamo riusciti a costruire un nuovo equilibrio che fosse cooperativo e multilaterale, ma che, viceversa, a livello globale è in corso una guerra spietata per ridisegnare i rapporti di potere.

Da parte sua, l’Unione europea ha investito, dalla seconda metà degli anni ’90 fino allo scoppio della pandemia, su un modello fondato su un’idea innovativa di Mercato, che non prevedeva però né una vera politica estera effettiva europea, né una difesa, proprio perché non prevedeva un’unità politica, neppure per fare politiche europee in alcuni settori cruciali – politiche economiche incluse – in cui sarebbe stato necessario creare dei “beni pubblici europei”. L’incapacità di costruire un’unione politica in questi trent’anni ha creato un vuoto politico, le cui conseguenze sono in questo momento sotto  i nostri occhi. Tuttavia, al di là delle nostre colpe e di quelle sicuramente forti degli Stati Uniti, a partire già dagli anni Novanta, ormai possiamo solo prendere atto del fatto che il mondo sta precipitando nel baratro di un nuovo confronto di potere che si alimenta anche della guerra ai valori della democrazia, dello stato di diritto e del rispetto dei diritti universali. Se, come Europei, vogliamo essere all’altezza della tragicità di questo momento, come prima cosa dobbiamo subito abbandonare l’illusione che sia  sufficiente cercare di migliorare il nostro sistema attuale – con ritocchi che aumentino l’efficacia del coordinamento intergovernativo, con iniziative circoscritte a settori specifici, fossero anche quelli dell’energia o della difesa, e così via – e capire che dobbiamo fare il salto politico per realizzare l’unità federale. Lo dobbiamo fare per due ragioni fondamentali: perché altrimenti questo sistema europeo, in cui siamo ancora divisi economicamente e politicamente, si spezzerà sotto i colpi della nuova situazione internazionale caratterizzata dal conflitto di potenza (per la divergenza degli interessi economici, di quelli geopolitici, per la fragilità delle nostre democrazie nazionali); e perché il nazionalismo è tornato a portare la guerra sul nostro continente, e se non vogliamo che vinca, dobbiamo creare istituzioni che non siano intaccabili da questa malattia, ma, viceversa, rappresentino un modello alternativo, anche per il resto del mondo.

Per questo la nostra parola d’ordine, ora più che mai, è quella dell’unione politica federale subito, a partire da questa fase finale dei lavori della Conferenza sul futuro dell’Europa che abbiamo nei prossimi due mesi. La Conferenza ci offre, come abbiamo sempre detto, un’opportunità straordinaria per fare il salto istituzionale verso il nostro obiettivo. La nostra campagna, il successo sulla piattaforma delle nostre proposte federaliste, la nostra capacità di azione dento la Conferenza e quella sul territorio con le 100 Assemblee che ci permette di esercitare pressione sul governo, sul Parlamento, sul Parlamento europeo, sono tutti parte di un strategia pensata in questa ottica, e rappresentano passaggi e strumenti fondamentali che diventano ancora più importanti e forti in questa nuova emergenza. Abbiamo costruito la visibilità attorno alle proposte concrete per far nascere un’unione politica federale, e alimentato il dibattito, creando anche uno zoccolo importante di consenso. La battaglia parte quindi da posizioni molto avanzate, in un quadro favorevole offerto dalla Conferenza. Spetta in primo luogo a noi far capire che questo è IL passaggio di cui l’Unione europea ha bisogno per reagire al ritorno della guerra che ci sfida.

Questo vale come messaggio da portare anche nelle manifestazioni per la pace che si stanno organizzando in tante piazze delle nostre città. Oggi, al contrario di quanto accadeva nel passato (per chi ha vissuto l’esperienza del confronto politico con i grandi movimenti per la pace della prima metà degli anni Ottanta del secolo scorso), le organizzazioni che animano i coordinamenti per la pace sono molto europeiste, spesso federaliste. E’ facile quindi portare alla loro attenzione la nostra parola d’ordine sulla necessità di avviare subito la costruzione di un mondo diverso a partire dalla nascita di un’Europa federale e spiegare la necessità di bloccare così il ritorno del nazionalismo; anche per andare oltre il messaggio del rifiuto della guerra, che in questi coordinamenti viene spontaneo, ma che si dimostra debole di fronte ad una aggressione in corso e all’invasione a freddo di un Paese che viene privato della sua libertà.

La guerra in Ucraina riporta al centro il motto di Lord Lothian, alla base del federalismo europeo e criterio guida di fronte al montare del nazionalismo e all’arrivo del totalitarismo e del nazismo: Il pacifismo non basta. Di fronte al ritorno della guerra di conquista, la questione è costruire un ordine nuovo sulla base di istituzioni federali che oppongano al nazionalismo un sistema politico-istituzionale federale e sovranazionale in grado di sradicarlo dalla politica. L’Unione europea si è in parte ispirata a questo principio, che era forte nella CECA e nel tentativo fallito della CED e della Comunità politica europea; ma non ha saputo realizzarlo nei passaggi successivi. Ora è il tempo di farlo, perché la storia non aspetta l’Europa, e la guerra in Ucraina, nel cuore del nostro continente, ci dice quale treno della storia è ormai partito.

 

 

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