Al World Economic Forum di Davos (17-20 gennaio), Xi Jinping, presidente della Repubblica Popolare Cinese, ha opzionato il ruolo che l’Occidente ha abbandonato decenni fa: governare e guidare la globalizzazione.

La Cina ha avuto un ampio spazio al World Economic Forum di quest’anno ed il suo Presidente ha tenuto un discorso programmatico ispirato, a favore della globalizzazione e di un nuovo modello di governance internazionale, che vale la pena leggere con attenzione.

Erano i giorni migliori, erano i giorni peggiori”: così Dickens descriveva il mondo della rivoluzione industriale. Così Xi Jinping ha scelto di iniziare il proprio discorso, citando lo scrittore inglese, simbolo della rivoluzione che avrebbe portato l’occidente a dominare il mondo.

Un mondo ricco di contraddizioni, in cui tuttavia – sottolinea il presidente cinese – molti dei problemi non dipendono dalla globalizzazione economica: come i flussi migratori, che devono essere affrontati portando pace, promuovendo la riconciliazione e riportando stabilità politica; oppure la crisi finanziaria, che è il fallimento della regolazione del settore. Incolpare la globalizzazione per questi problemi “è inconsistente con la realtà e non aiuterà a risolverli”.

Anche perché la globalizzazione, dice il Presidente cinese, ha “potenziato la crescita globale e facilitato il movimento di beni, capitali, degli avanzamenti scientifici, tecnologici e di civiltà, e le interazioni tra le persone”.

Quindi, suggerisce la Cina, piuttosto che cancellare la globalizzazione, dovremmo cercare di “guidarla, attutirne gli impatti negativi e consegnarne i benefici a tutti gli stati e a tutte le nazioni”. E a dirlo è un paese che ha vissuto a lungo isolato dalla globalizzazione economica, giungendo poi alla conclusione che, trattandosi di un “trend storico”, sarebbe stato meglio “fare un passo coraggioso per abbracciare il mercato mondiale” piuttosto che restare in un illusorio isolamento. Perché bloccare il flusso di beni, capitali, tecnologie e persone, è semplicemente impossibile.

La Cina propone in particolare di “trovare un equilibrio tra efficienza ed equità, per garantire che i diversi paesi, i diversi strati sociali e i diversi gruppi di persone tutte condividano i benefici della globalizzazione economica”.

Xi Jinping spiega che il problema principale da affrontare è l’aumento delle disuguaglianze tra ricchi e poveri e tra il nord e il sud del mondo. Per farlo, bisogna in prima battuta individuarne le cause:

  • la mancanza di robuste forze trainanti la crescita globale rende difficile sostenere la crescita costante dell’economica globale”; la crescita globale è al minimo da sette anni e il tasso di crescita del commercio mondiale è inferiore a quello del PIL mondiale;
  • una governance economica mondiale inadeguata rende difficile adattarla ai nuovi sviluppi”, ossia un sistema di governance che non tiene conto che l’80% della crescita mondiale è generata dai mercati emergenti e dai paesi in via di sviluppo è del tutto inadeguato in termini di rappresentatività e inclusività. Inoltre, il sistema di produzione globalizzato (supply chain, industrial chain e value chain) deve fare i conti con regole frammentarie e sistemi chiusi;
  • uno sviluppo globale diseguale rende difficile soddisfare le aspettative delle persone per una vita migliore”, che è la sfida più importante che abbiamo davanti.

Risolvere questi nodi (crescita, governance e modello di sviluppo) è un compito che spetta a tutti i paesi, perché, ricorda Xi Jinping citando Henry Dunant, “il nostro vero nemico non è il paese vicino; sono fame, povertà, ignoranza, superstizione e pregiudizi”.

Due giorni dopo, il nuovo Presidente del paese che ha guidato per un secolo il mondo libero, avrebbe tuonato: “l’America ricomincerà a vincere” perché “ogni nazione ha il diritto di mettere al primo posto i propri interessi”, e nel farlo “noi saremo protetti da Dio”.

Insomma, al nazionalismo statunitense, la Cina risponde con la proposta di un nuovo modello cooperativo multipolare per combattere le disuguaglianze nel mondo e far tornare l’umanità ad avanzare verso il benessere e il progresso.

Prima di tutto, propone Xi Jinping, occorre costruire un modello di crescita dinamico e innovativo, perché l’innovazione “è la forza primaria che traina lo sviluppo”. Un modello che permetta di vincere le sfide climatiche e creare lavoro, sfruttando le potenzialità della rivoluzione industriale e dell’economia digitale.

In secondo luogo, dobbiamo “perseguire un approccio coordinato e interconnesso per sviluppare un modello cooperativo aperto e win-win”, perché oggi l’umanità è diventata una comunità di destino. Gli Stati devono “vedere i propri interessi in un più ampio contesto e astenersi dal perseguirli a spese degli altri”, abbandonando il protezionismo, perché nessuno esce vincitore da una guerra commerciale.

Terzo, per il Presidente cinese gli Stati devono sviluppare un modello di governance multilaterale, equo e rappresentativo della nuova realtà, nel quale tutti i paesi possano partecipare alle decisioni, rispettando le regole e onorando le proprie promesse, come quelle fatte con l’accordo sul clima.

Infine, dovrà affermarsi un modello di sviluppo equo, bilanciato e inclusivo, perché solo costruendo una comunità di destino saremo in grado di creare un mondo migliore.

La Cina sta perseguendo un modello aperto, cooperativo e multilaterale, promuovendo uno sviluppo condiviso all’insegna dell’innovazione, beneficiando della globalizzazione e contribuendo alla stessa. In particolare sul piano internazionale, il Presidente cinese ha ricordato come la Cina stia partecipando alla costruzione di un’area di libera scambio dei paesi dell’Asia-Pacifico, e una Regional Comprehensive Economic Partnership con lo scopo di creare una rete globale di accordi di libero scambio.

Molti elementi portano a ritenere da tempo che il modello bipolare e poi egemonico americano sia entrato in una in crisi irreversibile. L’elezione di Trump e il nuovo ruolo che la Cina si propone di assumere potrebbero catalizzare il processo di creazione di un nuovo modello di governance e di sviluppo per la globalizzazione.

Per l’Europa è l’occasione di affermarsi come protagonista negli equilibri del nuovo sistema multilaterale, partecipando allo sviluppo globale in chiave cooperativa e inclusiva. Per farlo, parlare a una sola voce sul piano del commercio estero e della moneta è necessario ma non sufficiente. Servirà completare il processo di integrazione con la creazione di istituzioni federali per gestire una difesa e una politica estera unica, condizione minima perché l'UE possa avere un ruolo nel governo della globalizzazione.

Per i federalisti, tuttavia, il compito non si ferma qui e non può intendersi concentrato solo su questa dimensione.

Sulla tessera che ogni iscritto del MFE tiene in tasca, campeggia un motto: “unire l’Europa per unire il mondo”. Mai come oggi questi due obiettivi si manifestano come strutturalmente connessi. Parallelamente alla lotta per l'unificazione europea, che diventa ancora più urgente in quest'ottica, il Movimento deve coltivare con più decisione il dibattito interno sul federalismo mondiale, portando nuove istanze in sede UEF e approfondendo i rapporti con il World Federalist Movement. Serve quanto prima strutturare una piattaforma politica concreta per approcciare la sfida della costruzione di una democrazia internazionale.

Quando si è aperta la finestra storica per mettere in discussione la struttura istituzionale dei vecchi Stati nazione, i federalisti si sono fatti trovare pronti e il loro contributo è stato significativo.

La crisi del vecchio modello è un dato di fatto, la leadership per quello nuovo si sta delineando in fretta. Quanto all’iniziativa, non possiamo far mancare la nostra voce.