Lo status che il federalismo ha oggi in Italia è dovuto al contributo che due personalità eccezionali, Altiero Spinelli e Mario Albertini, hanno dato alla sua affermazione e alla sua crescita.

L’elaborazione di Spinelli, maturata negli anni del confino a Ventotene, ha tratto le conclusioni del discorso, iniziato tra le due guerre dai federalisti inglesi e da Luigi Einaudi, sulla crisi storica del sistema di Stati nazionali sovrani come causa delle guerre mondiali e delle aberrazioni che le hanno accompagnate e sulla creazione di uno Stato federale come strumento per superarlo. Con Spinelli, la federazione europea da semplice auspicio diventa un obiettivo politico che giustifica e motiva una lotta e un impegno politici concreti capaci di incidere sulla realtà contemporanea: se la contraddizione tra le ristrette dimensioni degli Stati nazionali sovrani e il modo di produrre industriale, che ha creato un’interdipendenza crescente tra gli uomini al di sopra dei confini nazionali, ha bloccato il progresso economico-sociale e politico in Europa sfociando nel tentativo egemonico-imperiale del nazismo di risolverla, il crollo della potenza degli Stati europei con la seconda guerra mondiale ha reso matura la prospettiva del superamento della loro sovranità assoluta. L’impegno per concretizzare questa prospettiva diventa quindi anche la premessa indispensabile per la realizzazione dei principi liberali, democratici e sociali che hanno costituito il motore dell’opposizione al nazi-fascismo: “La linea di divisione fra partiti progressisti e partiti reazionari – afferma Spinelli nel Manifesto di Ventotene – cade ormai non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa quelli che concepiscono come fine essenziale della lotta quello antico, cioè la conquista del potere politico nazionale – e che faranno, sia pure involontariamente il gioco delle forze reazionarie lasciando solidificare la lava incandescente delle passioni popolari nel vecchio stampo e risorgere le vecchie assurdità – e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopreranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale.” Per Spinelli quindi il federalismo è la creazione dello Stato federale con le sue istituzioni che consentono di governare in modo democratico le relazioni tra Stati indipendenti e coordinati. Nell’Europa del secondo dopoguerra, reduce dalla tragica esperienza della guerra, questo obiettivo poteva e doveva essere ottenuto solo in modo democratico, con il consenso di quegli Stati che accettassero di rinunciare a parte della loro sovranità. Tuttavia questo non sarebbe potuto avvenire spontaneamente (L’Europa non cade dal cielo è il titolo di un libro di Spinelli), perché le resistenze degli apparati politici ed amministrativi degli Stati avrebbero portato nella migliore delle ipotesi a forme di collaborazione intergovernativa.

Spinelli era un uomo d’azione: uscendo dal confino, ha iniziato il lavoro per creare una forza politica sovranazionale – il Movimento federalista europeo, fondato a Milano nel 1943 – autonoma rispetto ai partiti nazionali, che sapesse raccogliere tutti coloro che, indipendentemente dal loro orientamento ideologico, fossero disposti a sostenere il processo di unificazione europea agendo sia sulla classe politica, sia sull’opinione pubblica e sapendo sfruttare tutte le occasioni che il processo di integrazione europea avrebbe presentato. Per Spinelli si trattava di contrapporre al metodo della diplomazia intergovernativa un metodo costituente che permettesse al popolo europeo di far valere la sua volontà di dotarsi di strutture sovranazionali democratiche ed efficienti. In questo quadro, il suo lavoro è stato instancabile, utilizzando di volta in volta le risposte insufficienti date dalle diplomazie nazionali alle sfide che si presentavano all’Europa e le contraddizioni che ne derivavano come punti di partenza per battaglie sempre più avanzate, alternando il ruolo di “consigliere del principe” con la contestazione del quadro politico nazionale e del tiepido europeismo di facciata dei partiti nazionali.

Mario Albertini è subentrato a Spinelli nella guida del Movimento federalista europeo a cavallo tra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60, nel periodo in cui il lancio del Mercato comune e il “miracolo economico” sembravano dar ragione a chi sosteneva che i “piccoli passi” degli Stati nazionali avrebbero portato all’unificazione europea. Albertini si è da subito impegnato nel rafforzamento del MFE come forza politica autonoma su tutti i piani, sia su quello politico, attraverso il rifiuto di identificarsi con qualsiasi partito politico nazionale, pur presentandosi come cerniera tra tutti coloro che, agendo nel quadro della politica nazionale, credevano nella necessità di arrivare alla federazione, sia su quello organizzativo con una struttura che la mettesse al riparo da possibili condizionamenti o ricatti da parte di forze politiche o economiche, attraverso una organizzazione di tipo nuovo, basata esclusivamente sull’impegno, anzitutto morale, di militanti a mezzo tempo, di persone cioè con un lavoro che ne assicurasse l’indipendenza economica pur lasciando loro tempo sufficiente per l’attività federalista, e sull’autofinanziamento a sostegno delle attività di base del Movimento, sia infine, e soprattutto, sul piano culturale.

Ed è in questo campo che il contributo di Albertini è stato fondamentale. Partendo dalla constatazione della sconfitta dei valori pacifisti ed internazionalisti delle grandi ideologie tradizionali (liberismo, democrazia, socialismo) di fronte al dilagare del nazionalismo, causa delle due guerre mondiali, Albertini ha elaborato con metodo scientifico un’analisi critica dell’idea di nazione che gli ha permesso di dimostrare che essa è l’ideologia creata e sostenuta dagli Stati nazionali burocratici ed accentrati per ottenere l’accettazione da parte dei cittadini della limitazione delle loro libertà e dei sacrifici necessari, fino a quello della vita, che essi imponevano loro. Per Albertini, era quindi necessario che i militanti federalisti arrivassero a spogliarsi dell’automistificazione nazionalista per riuscire a valutare i fatti politici in modo oggettivo e per formulare in coerenza con essi la propria strategia e la propria linea politica.

Ma, soprattutto, Albertini, riflettendo sul corso storico alla luce di una profonda revisione critica del materialismo storico di Marx, ha messo in luce come le grandi ideologie del passato siano state caratterizzate dal fatto di essere state progressivamente portatrici ciascuna di un valore universale (libertà individuale, democrazia, eguaglianza sociale), di aver sostenuto una forma di organizzazione politica coerente con questi valori e di essere emerse in corrispondenza di un determinato grado di sviluppo del modo di produrre, integrando al proprio interno i valori di quella che le aveva preceduto. La crisi a cui esse sono andate incontro nel XX secolo è da attribuire al fatto che il modo di produzione industriale e la seconda rivoluzione industriale hanno creato le condizioni per l’unificazione del genere umano, ma che nessuna di esse ha preso in considerazione e ha cercato di eliminare la causa dell’attuale divisione dell’umanità, l’esistenza di Stati sovrani. Riprendendo e sviluppando le straordinarie affermazioni di Kant sul tema della pace, Albertini ha fatto emergere una nuova dimensione del federalismo, che supera la definizione di semplice teoria dello Stato federale e le nebulose visioni che lo presentano come una filosofia di vita: il federalismo è l’ideologia capace di indirizzare il cammino dell’umanità verso la sua unificazione in quanto portatore del valore della pace, attraverso le tappe di una progressiva creazione di grandi Stati federali regionali fino alla federazione mondiale.