Già alcune settimane prima delle elezioni presidenziali previste per il mese di agosto, in Bielorussia le opposizioni manifestavano contro il regime di Lukaschenko con l’accusa di aver inasprito il regime poliziesco e di impedire un regolare svolgimento della consultazione elettorale. Con gli oppositori incarcerati o fuggiti all’estero Lukaschenko è stato così rieletto per la sesta volta Presidente, governando il Paese dal 1994. L’Unione Europea non ha riconosciuto la sua rielezione e ha chiesto a gran voce nuove elezioni condannando la repressione messa in atto. Il problema è che l’esito del voto si sapeva già quale sarebbe stato, dal momento che anche in occasione delle elezioni svolte negli anni precedenti l’opposizione era in carcere e Lukaschenko veniva accusato di essere “l’ultimo dei dittatori europei”. La domanda che dobbiamo porci è però dove era l’Occidente in tutti questi anni in cui Lukaschenko ha agito come un dittatore, mentre solo stavolta lo si è condannato apertamente non riconoscendo la sua ennesima rielezione. Già nel 2015 e nel 2017 vi erano state manifestazioni di protesta contro Lukaschenko a seguito dell’aggravarsi della situazione economica che aveva gettato il Paese in una profonda recessione e anche allora la repressione non esitò a colpire duramente. Stavolta le proteste hanno coinvolto una più larga parte della popolazione che ha avuto il coraggio di proseguire le proprie proteste a fronte di una violenza inaudita delle forze di polizia che non a caso rispondono ancora al KGB che in Bielorussia ha mantenuto non solo il suo antico nome, ma anche il suo tragico ruolo. La violenza e la grande partecipazione popolare alle proteste hanno destato l’Unione Europea dal proprio torpore.

La questione Bielorussa con un Presidente che da anni governa con il pugno di ferro, ci deve però ricordare come la stessa cosa accada in Azerbaigian, Kazakistan, Turkmenistan, Tagikistan dove gli stessi presidenti vengono rieletti con elezioni farsa dagli anni ’90, dopo il crollo dell’Urss. A questo elenco dobbiamo aggiungere anche la Russia, dove, dagli inizi del nuovo secolo Putin governa alternando il proprio ruolo da Primo Ministro a Presidente e dove, dopo il referendum costituzionale del luglio scorso, potrà governare sino al 2030.

La democrazia in senso occidentale, come dichiarato da Putin nell’estate del 2019 al quotidiano inglese Financial Times, sembra non adattarsi alla Russia e alle sue ex Repubbliche. Le elezioni o i referendum  sono utilizzati per dare una parvenza di legittimità popolare a governi in realtà di stampo autoritario. Il dramma quindi che la Bielorussia sta conoscendo pone in risalto la situazione nei territori della ex Unione Sovietica, ma anche gli ambigui rapporti che l’Occidente ha verso la Russia. Una situazione e una drammaticità acuita ulteriormente dalla recente ripresa del conflitto tra Armenia e Azerbaigian per il controllo del Nagorno e dalle manifestazioni di protesta in Kirghizistan dopo nuove elezioni farsa e ove la politica si svolge tra bande armate.

Le proteste in Bielorussia che hanno finalmente hanno scosso l’Occidente, presentano una peculiarità che la UE dovrebbe incoraggiare: invocano nuove elezioni, la liberazione degli oppositori, ma non chiedono una rottura dei legami con la Russia, né invocano un avvicinamento all’Unione Europea. E’ l’esatto contrario di quanto avvenuto sei anni fa con le proteste popolari in Ucraina, quando il Paese si spaccò tra i sostenitori della firma di un Accordo di Associazione all’Unione Europea e quelli contrari perchè fautori di una intesa economica con la Russia. Quell’Accordo non fu siglato e iniziò una guerra civile che ha portato la regione più ricca del Paese, il Donbass, a proclamare la propria indipendenza con il sostegno della Russia. In quella regione è ancora in corso una cosiddetta guerra silenziosa. La doppia anima dell’Ucraina, in parte filo occidentale e in parte filo russa, la rende vittima di sé stessa, con precise responsabilità di USA e UE che anziché favorire il dialogo hanno fatto di tutto per spingere il governo ucraino verso posizioni occidentali (si veda la proposta di entrare a far parte della Nato) che nel Paese hanno ulteriormente irrigidito le posizioni dei filo russi e di Mosca.

In Bielorussia lo scenario degli oppositori di Lukaschenko vede il tentativo di dar vita a una “via nazionale” del Paese, una sorta di terza via, per non schierarsi o contrapporsi all’Occidente o alla Russia. Si tratta di un tentativo che garantirebbe alla nazione di svolgere un ruolo di ponte tra est ed ovest, cosa non riuscita sino ad oggi in Ucraina. Sembra quasi che le vicende ucraine abbiano suggerito una diversa strada da percorrere per difendere e sostenere la democrazia.

Per dare forza a questo proposito un ruolo chiave potrebbe svolgerlo l’Unione Europea se non si appiattisse sulle posizioni statunitensi in politica estera. Al momento l’Occidente si è limitato a non riconoscere le elezioni presidenziali e ha annunciato sanzioni contro alcuni membri del governo bielorusso, con il risultato che dopo le prime dichiarazioni critiche di Putin al modo in cui erano state gestite le elezioni, Mosca si è poi schierata in totale aiuto di Lukaschenko che non ha perso tempo nel parlare di complotti occidentali contro il suo Paese.

La questione di fondo per l’Unione Europea è che per essere credibile e per favorire il dialogo con la Russia e alcune delle sue ex Repubbliche è necessario avere una propria politica estera e di difesa autonoma rispetto agli USA. Sino a quando invece la UE appoggerà la politica estera statunitense (sia che al governo vi sia un Presidente democratico piuttosto che un repubblicano) la credibilità e l’efficacia delle sue azioni resteranno vane come le vicende ucraine purtroppo stanno a dimostrare.

In questo contesto i manifestanti e le proteste popolari a Minsk rischiano di restare senza uno sbocco democratico ma, anzi, di sfociare in un inasprimento della repressione per di più con l’appoggio russo.

Il popolo bielorusso, come quello ucraino, rischiano di restare prigionieri dei propri sogni di libertà, vittime della contrapposizione russo-americana con l’Unione Europea incapace di agire in modo autonomo, perché priva di un governo e quindi della necessaria autorità e credibilità. Non c’è credibilità senza potere e questo è un tema che gli europei dovranno affrontare e porre al centro del dibattito nei prossimi mesi nel corso della Conferenza sul futuro dell’Europa. Le sole parole di solidarietà o le sanzioni, non garantiranno purtroppo al popolo bielorusso il diritto alla democrazia e nascondono purtroppo una grande debolezza e una incapacità ad agire della UE. Una debolezza e una incapacità che consentono, a titolo di esempio, alla Turchia di Erdogan di proporsi come potenza regionale garantendo il proprio sostegno all’Ucraina nel caso volesse intervenire militarmente per riprendersi la Crimea o di agire in modo arrogante in Libia o lungo le acque territoriali della Grecia e di Cipro arrivando a minacciare una guerra.