"L'amore per se stessi quando supera il limite diventa una perversa passione sia per chi ne è invaso sia soprattutto per gli altri che egli vuole render suoi soggetti distruggendone l'indipendenza e trasformandola in amore verso di lui. Se l'uomo affetto da tale perversa passione si trova al vertice della società, gli effetti che ne derivano sono ancora più sconvolgenti poiché ogni equilibrio tra le varie istituzioni viene distrutto ed ogni libertà confiscata". Quando nel lontano 1657 il Duca di La Rochefoucauld scriveva questa massima, pensava certo ai molti esempi di “passione perversa” forniti dalla storia, ma non avrebbe forse osato immaginare che in un sistema politico-istituzionale dotato di sapienti pesi e contrappesi  e collaudato in più di due secoli un uomo “al vertice della società” avrebbe tentato di distruggere “ogni equilibrio tra le varie istituzioni”. Tale è stato il caso di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. Per questo la sfida tra Biden e Trump è andata ben al di là del confronto tra due candidati in una democrazia matura ed abituata ad accettare l'alternanza di governo come un fatto fisiologico.

Quattro anni fa non è mancato anche tra i federalisti chi ha assegnato all'Amministrazione Trump il compito di svegliare l'Europa dal suo torpore e di costringerla quindi a prendere in mano il proprio destino, come ha efficacemente affermato la Cancelliera Merkel. E' il ruolo di quel che si suol definire il federatore esterno. Ebbene, non si può certo dire che Trump abbia tradito le attese. Al contrario, è stato più radicale, più divisivo, persino più strafottente di quanto si potesse immaginare. In soli quattro anni è difficile sovvertire le istituzioni, le procedure, le alleanze, la stessa costituzione materiale di uno Stato, ma The Donald vi ha provato con tutti i mezzi. Non è qui il luogo per esaminare le conseguenze di questo autentico tsunami sul fronte interno. Ci sembra che basti il lapidario giudizio del giornalista dell’Atlantic Tom McTague: «Come cittadini del mondo che gli Stati Uniti hanno creato, ci siamo abituati a sentir parlare quelli che detestano l’America, quelli che l’ammirano e quelli che ne hanno paura (a volte tutti nello stesso momento). Ma avere pietà dell’America? Questa è una cosa nuova».

In politica estera, soprattutto per una superpotenza mondiale, i cambiamenti risultano più difficili e le opposizioni più tenaci. In quest'ambito il Deep State, contro cui si è scagliato tante volte l'inquilino della Casa Bianca, ha una capacità di resistenza e persino di interdizione che non è facile togliere dalla scena. Si pensi solo al Dipartimento di Stato, al Pentagono, alla stessa CIA. Non a caso il tycoon è stato costretto più volte a cambiare i vertici di quegli apparati, senza mai essere in grado di renderli proni ai suoi voleri.

Venendo all'Europa, non si può comunque negare che l'ultima presidenza USA abbia rappresentato un severo test per la tenuta dei rapporti transatlantici. Vale però anche per noi quel che si è detto per gli americani: difficile in nemmeno un lustro mutare un quadro di relazioni privilegiate e di alleanze nato ai tempi del Piano Marshall, a maggior ragione se tale contesto ha fornito una serie di garanzie e di protezioni grazie alle quali si è sviluppato il processo di unificazione. D'altra parte, sarebbe ingeneroso non riconoscere quello che si è fatto in questi ultimi anni, soprattutto in termini di maggiore consapevolezza da parte delle istituzioni europee e di alcuni Stati membri.

Ora siamo di nuovo di fronte ad un cambio d'amministrazione sull'altra sponda dell'Atlantico, un cambio ampiamente previsto, sebbene l’affermazione di Biden non abbia assunto quelle dimensioni che molti pronosticavano o forse auspicavano. I federalisti insieme a tutti i sinceri democratici hanno subito espresso un giudizio positivo su tale vittoria (cfr. comunicato del MFE). Ora che tutti i tentativi di capovolgere il risultato delle urne da parte dello sconfitto sono stati respinti e che il neoeletto ha già indicato con la nomina delle figure chiave della sua squadra gli orientamenti generali della sua presidenza, si può tentare di formulare una valutazione più articolata di quanto è accaduto e delle sue conseguenze.

Non possiamo anzitutto auspicare che il mondo vada a rotoli perché l'Europa completi la sua unificazione. Nell'ultimo decennio le crisi attorno a noi non sono certo mancate. Mister Trump non è stato il primo dei federatori esterni e non sarà l'ultimo. Come abbiamo scritto su queste pagine, ora serve soprattutto un federatore interno. Non vanno sottovalutati nemmeno i timori di Henry Kissinger che la sfida sempre più pressante lanciata da Trump alla Cina potesse degenerare in uno scontro militare dagli esiti imprevedibili. In terzo luogo, la sua riconferma avrebbe rafforzato le tendenze nazionaliste e populiste nel mondo e certamente anche in Europa. Inutile negare che gli USA hanno nel bene e nel male un ruolo guida, come molti fenomeni imitativi ci hanno ricordato nel corso degli anni. A tal proposito, il rientro già annunciato da Biden negli accordi di Parigi sul clima è invece una decisione che rafforza la leadership mondiale delle grandi potenze per combattere una delle più gravi minacce alla sopravvivenza dell’umanità. I primi passi di Biden indicano anche l'intenzione di creare una specie di fronte delle democrazie contro le potenze autoritarie ed illiberali, a cui invece Trump guardava con malcelata simpatia. Per motivi oggettivi, la nuova Amministrazione americana non potrà che trovare nell'Unione europea il principale alleato di questa strategia, anche in vista di un contenimento della Cina che potrà sempre meno contare sui tradizionali alleati del Pacifico, ora entrati nel grande accordo di libero scambio fortemente voluto dalla Cina stessa. Resta da vedere se e come muterà la politica americana in Medio Oriente, una delle aree in cui con gli Accordi di Abramo l'Amministrazione Trump ha colto dei risultati. La cartina di tornasole resterà probabilmente il rapporto con l'Iran e la capacità degli Stati Uniti di tornare protagonisti  del tentativo di contenere la volontà del regime degli ayatollah di dotarsi di armi nucleari. Da ultimo, la mancata sponda di Biden al governo britannico sulla spinosa questione irlandese ha impedito a Boris Johnson di mettere in discussione il compromesso trovato con l'UE per salvare l'Accordo del Venerdì Santo.

Se ora alziamo lo sguardo dalle vicende più contingenti per abbracciare un arco di tempo più ampio, forse possiamo meglio inquadrare quanto è avvenuto in questo scorcio del primo ventennio del XXI secolo. Nel 1979 Margaret Thatcher vinceva le elezioni nel Regno Unito. L'anno dopo Ronald Reagan metteva fine alla presidenza di Jimmy Carter dopo un solo mandato alla Casa Bianca. Le potenze anglosassoni imponevano all'Occidente e al mondo un nuovo paradigma politico, economico e sociale. In breve tempo gli slogan dei vincitori divennero pensiero unico: “There is no alternative”; “Il governo è il problema, non la soluzione”; “La società non esiste”. Un decennio più tardi la caduta del Muro di Berlino, il crollo dei regimi comunisti dell'Europa centrale ed orientale ed infine la dissoluzione dell'URSS fornirono un suggello al nuovo corso. Qualche intellettuale si spinse addirittura a proclamare la fine della storia. Nel frattempo la conversione della leadership cinese al capitalismo produsse una poderosa spinta a quel processo di globalizzazione che avrebbe celebrato i suoi fasti nei decenni a cavallo dei due millenni.

Un quarto di secolo dopo quella svolta impressa dalla coppia Thatcher – Reagan, l'affermazione di Brexit nel referendum sulla permanenza del Regno Unito nell'UE e l'inopinata vittoria di Trump nelle presidenziali americane sembrarono segnare un altro passaggio epocale nella storia dell'Occidente e forse del mondo. A distanza di appena quattro anni quel progetto che avrebbe dovuto sfociare in una internazionale sovranista e nazionalista in grado di sovvertire il sistema multilaterale nato dopo la Seconda guerra mondiale e, almeno nelle intenzioni dei suoi corifei più esagitati, anche scardinare le istituzioni liberal-democratiche dell'Occidente, esce per intanto sconfitto. Mentre scriviamo queste righe, apprendiamo che è stato concluso l'accordo per regolare i futuri rapporti tra UE e Regno Unito. In ogni caso nessun altro Stato ha seguito l'esempio britannico, la pandemia ha anzi quasi derubricato Brexit a vicenda marginale e col Recovery Plan l'Unione è riuscita a stupire persino i suoi avversari. Sull'altra sponda dell'Atlantico la disastrosa gestione della pandemia da parte di Trump ha offerto, se mai ve ne fosse bisogno, una conferma all'amara constatazione di Rudi Dornbusch: “I problemi complessi hanno soluzioni semplici, e sbagliate.” Quattro anni di menzogne, provocazioni, inganni, raggiri, irrisioni sono giunti al temine, lasciando sul campo molte macerie. Ora è il tempo della ricostruzione.