Tre anni dopo il discorso tenuto alla Sorbona, Macron è tornato ancora una volta a parlare della sua visione politica e dell’Europa attraverso una lunga e complessa intervista rilasciata alla rivista Le Grand Continent, nata poco più di un anno fa come espressione di un think tank francese indipendente che si occupa di studi geopolitici e che ha sede presso l’Ecole normale supérieure di Parigi e a Bruxelles. Lo ha fatto in un contesto europeo e mondiale molto diverso rispetto al settembre 2017, tracciando implicitamente anche un bilancio di quanto conseguito in questi tre anni, e soprattutto con l’obiettivo di lanciare un grido di allarme in merito al passaggio epocale che stiamo vivendo e alla distanza che ancora separa l’Europa dall’aver raggiunto la capacità di essere all’altezza della sfida.
Macron in questi tre anni ha cambiato il dibattito europeo: è stato il più lucido a sfidare la concezione e il sistema suggellati nel Trattato di Lisbona e il percorso di questi ultimi due decenni che non hanno sviluppato in direzione dell’unione politica l’unione monetaria e il sistema nato a Maastricht. Ha costretto l’Unione ad aprire gli occhi; ma ha anche subito molte sconfitte che lo hanno portato a ripiegare su una strategia più lenta e tortuosa. La risposta tedesca è stata infatti ambigua e titubante, e le uniche timide aperture (l’accordo di Meseberg del 2018) sono poi state subito sconfessate. Solo la pandemia e l’insieme delle circostanze che ne sono derivate, in concomitanza con una sentenza clamorosa della Corte costituzionale tedesca sui limiti della politica monetaria della BCE, hanno fatto cambiare posizione ad Angela Merkel e hanno permesso di trovare un accordo sul Recovery Fund, che la Commissione europea ha poi potuto ulteriormente sviluppare con il Next Generation EU. Il linguaggio che ha accompagnato questa svolta politica europea è stato quello di Macron – costruire una sovranità europea, creare le condizioni per l’autonomia strategica dell’UE, prendere coscienza di essere innanzitutto una comunità di valori e, oltre il mercato, una potenza pacifica che indica al resto del mondo le priorità, prima fra tutte quella della transizione ecologica – ma il passaggio fatto sinora è solo un primo passo in questa direzione. Bisogna ancora costruire le riforme politico-istituzionali in grado di rendere permanente lo strumento finanziario messo in campo sotto la spinta dell’eccezionalità della situazione; soprattutto è ancora lontana la capacità di condividere all’interno dell’UE una dottrina genuinamente europea (“L’Europa ha ancora un enorme vuoto di pensiero. Sul piano geostrategico noi abbiamo dimenticato come ragionare, perché pensiamo le nostre relazioni geopolitiche attraverso la NATOPer questo… una lettura comune del mondo e dei nostri obiettivi è un primo punto essenziale”). Colmare questo divario profondo, che esiste innanzitutto tra Francia e Germania, è l’obiettivo che gli Europei devono darsi se vogliono costruire in modo solido il proprio futuro; ed è in questa ottica che Macron propone la sua analisi, in modo assolutamente trasparente, sapendo che l’avvicinamento delle posizioni richiederà tempo, disponibilità reciproca e la ricerca da parte di tutti di un terreno comune, e che queste condizioni sono ancora tutte da costruire. A dimostrazione di ciò, l’occasione dell’intervista è offerta a Macron proprio da un intervento sul Politico del Ministro della difesa tedesco, Annegret Kramp-Karrenbauer che, salutando la vittoria di Biden negli USA, vede la possibilità per l’Europa di rientrare nel proprio ruolo subordinato all’interno della NATO, negando di fatto la necessità di una dottrina europea autonoma.
Viceversa, il punto di partenza dell’analisi di Macron è proprio la certezza della distanza che separa l’Europa dagli USA (“Di una cosa sono sicuro: noi non siamo gli Stati Uniti d’America.”). E’ una distanza che si misura sia in termini di valori (“I nostri valori non sono gli stessi. Noi abbiamo un attaccamento alla democrazia sociale, ad una maggiore uguaglianza, e le nostre reazioni non sono le stesse. Credo anche che per noi la cultura sia molto più importante”), sia di interessi geopolitici (“Noi ci proiettiamo in un altro immaginario, che è collegato all’Africa, al Vicino e al Medio Oriente, e abbiamo un’altra geografia che può disallineare i nostri interessi. La nostra politica di vicinato con l’Africa, con il Medio Oriente, con la Russia, non è la stessa politica di vicinato degli Stati Uniti. Per questo è insostenibile che la nostra politica internazionale dipenda da quella americana o ne sia al traino”); sia, soprattutto, in termini di dottrina politica. Per questo per Macron, l’elezione di Biden “è un’opportunità di continuare a fare, in maniera totalmente pacifica e tranquilla, ciò che degli alleati devono riconoscersi a vicenda: abbiamo bisogno di continuare a costruire la nostra autonomia, per noi stessi, come fanno gli Stati Uniti e come fa la Cina”. Una delle ragioni fondamentali della crisi che stiamo attraversando è infatti la fine del sistema multilaterale costruito dagli Americani dopo il 1945, ed è una situazione che rimette in discussione anche i valori che ne erano alla base (“quelli dei diritti universali dell’uomo e del cittadino, e quindi un universalismo che si fonda sulla dignità della persona umana e dell’individuo libero e dotato di ragione”). Macron denuncia a questo proposito il tentativo in atto da parte di alcuni paesi di “riculturalizzare” le fondamenta del sistema internazionale, per indirizzarle non più verso la condivisione del principio fondamentale dei diritti universali, bensì per affermare il relativismo dei valori, giustificandolo anche in base alle diverse visioni religiose. Non saranno gli Stati Uniti ad avere la forza, specie da soli, di ricostruire un sistema internazionale cooperativo basato “sull’universalismo che si fonda sulla dignità della persona umana e dell’individuo libero e dotato di ragione”: loro stessi al loro interno sono profondamente divisi a questo proposito, come l’elezione e il successo di Trump hanno dimostrato, e in parte ormai propensi a promuovere il sovranismo ideologico, che si accompagna alla dottrina del suprematismo bianco. La loro dottrina li porta inoltre a pensare il quadro internazionale in termini di un nuovo duopolio con la Cina. Questa sarebbe una risposta disastrosa alla situazione di oggi, in cui l’umanità intera si confronta con le medesime sfide globali, che può vincere solo se agisce insieme, individuando l’interesse comune. Questo vale per le sfide più immediate (come la pandemia o la lotta al terrorismo, che colpisce soprattutto gli stessi paesi musulmani), così come per quelle di lungo periodo: l’emergenza climatica, la transizione tecnologica. Nel DNA dell’Unione europea vi sono innanzitutto i principi universali che ne hanno motivato la nascita e su cui può reggersi la cooperazione internazionale; e vi sono orientamenti ideologici e spinte politiche per cercare di dare risposte in termini di creazione di beni pubblici mondiali, come è stato per la questione del vaccino anti-COVID. Per questo serve un’Europa politica unita e forte. Non sono i singoli Stati europei che possono costruire questo nuovo sistema globale. Anzi la loro inadeguatezza è una delle ragioni della debolezza del modello democratico occidentale. I nostri Stati vivono una duplice crisi, “una crisi di dimensione e di efficacia”; e se l’efficacia dipende dalla capacità di rendere i sistemi democratici più efficienti, il problema più generale è che ”molti dei problemi non sono alla portata dello Stato nazione”. Per questo solo se sapremo “costruire un’Europa molto più forte, che possa far pesare la sua voce, la sua forza, e i suoi principi…(si potrà) ritrovare la via per una cooperazione internazionale capace di evitare la guerra e di permetterci di rispondere alle nostre sfide contemporanee”; un’Europa capace “di un’azione utile e forte”, “per imporre i nostri valori, la nostra voce comune, per evitare il duopolio sino-americano, la disgregazione, il ritorno delle potenze regionali ostili”.
Vi è un’ulteriore ragione per cui gli Stati Uniti non sono più in grado di esercitare una leadership globale: il mondo sta vivendo la crisi (“un punto di rottura”) del capitalismo contemporaneo, quello rappresentato e imposto ovunque attraverso il Washington consensus: “le nostre società si erano costruite sul paradigma delle economie aperte e di una economia sociale di mercato .. che è divenuta man mano sempre meno sociale, sempre più aperta, ed è entrata nel dogma in cui le verità sono: riduzione del ruolo dello Stato, privatizzazioni, riforme strutturali, apertura delle economie attraverso il commercio, finanziarizzazione dell’economia, con una logica esclusivamente fondata sul profitto”. Questo modello non ha gli strumenti per affrontare né la riconversione ecologica dell’economia, inglobando nella logica dell’economia di mercato le misure per trasformare il modello economico, come il carbon pricing, né la lotta alle diseguaglianze crescenti. Viceversa, l’Europa (attraverso il Paris consensus - in riferimento al Vertice sul clima di Parigi del 2015) sta costruendo un modello per guidare la nascita dell’economia verde, e ha la cultura e gli strumenti per combattere le ineguaglianze. Sono proprio queste ultime, insostenibili in una società che ha scelto di fondarsi “sulla dignità della persona umana e dell’individuo libero e dotato di ragione”, alla radice della crisi di consenso verso il modello democratico nelle società occidentali. La loro crescita esponenziale, e l’impotenza delle democrazie nazionali di fronte a questo fenomeno, ha rotto il patto sociale su cui si fondano le nostre comunità, ha minato la fiducia delle classi medie e alimentato la crescita esponenziale delle forze populiste e nazionaliste. Anche in questo caso, è costruendo la capacità di agire a livello europeo che si potranno mettere in campo le risposte adeguate. L’Europa deve poter rinascere, voltare le spalle alla crisi morale che indebolisce la democrazia nei suoi Stati membri identificando la sua missione storica e politica nel XXI secolo. A questo proposito Macron indica tre campi di azione: innanzitutto “una battaglia positiva, che è quella di fare dell’Europa la prima potenza in campo educativo, sanitario, digitale e verde. … Quattro grandi sfide… che hanno una grande capacità di mobilitazione e destinate ad avere un impatto profondo…. Credo che possano avere anche un impatto planetario, perché attireranno la Cina e gli Stati Uniti a seguire qualcosa che è molto mobilitante e che rappresenta la condizione per vivere in armonia con noi stessi e con il resto del pianeta”. La seconda grande missione è quella di “riprendere la fiaccola dei suoi valori (che) vengono man mano abbandonati ovunque”. E’ una battaglia per la libertà, contro “la barbarie e l’oscurantismo” che l’Europa può condurre sulla base dei due grandi risultati culturali che ha saputo conquistare: “la coesistenza delle religioni al proprio interno e la secolarizzazione della politica”. E’ l’eredità dell’Illuminismo, grazie al quale si è affermato “il primato dell’individuo libero e dotato di ragione, e quindi il rispetto tra le religioni”. Il terzo grande progetto è “il capovolgimento dei rapporti con l’Africa e la reinvenzione dell’asse afro-europeo… L’Europa non ce la farà se non ce la farà anche l’Africa… E quando dico Africa, intendo l'Africa e la regione mediterranea in senso lato”.
Per poter definire e mettere in campo i propri progetti, l’Europa però ha ancora un lungo percorso da fare. Oggi “l’Europa non è che un mercato. Implicitamente, dopo decenni, si ragiona come se l’Europa fosse un mercato unico. Non abbiamo pensato internamente l’Europa come uno spazio politico finito. La nostra moneta non è completa. Fino agli accordi di questa estate non avevamo un vero bilancio e una vera solidarietà sul piano finanziario. Non abbiamo pensato fino in fondo i soggetti sociali che fan sì che noi siamo un’area unita….L’Europa deve ripensarsi politicamente e agire politicamente per definire degli obiettivi comuni che non siano una semplice delega del nostro futuro al mercato”. In questi tre anni l’Europa ha fatto passaggi importanti nel settore della difesa, ha iniziato a ragionare in termini di sovranità digitale e nel campo sanitario”. Sul piano finanziario, dopo “l’accordo di Meseberg firmato con la Germania per una capacità di bilancio comune che desse autonomia economica e finanziaria all’Europa … (e dopo) l’accordo imperfetto che ne è seguito a livello europeo, in seguito alla crisi del Covid-19 abbiamo sottoscritto l’accordo franco-tedesco del maggio 2020 che consente l’espansione degli strumenti finanziari su proposta della Commissione e ha aperto la strada all’accordo storico di luglio…. che pone le basi per una unione di bilancio europea… Non bisogna sottovalutare questo risultato. Per la prima volta abbiamo deciso di indebitarci insieme, per spendere insieme in modo eterogeneo nelle regioni e nei settori che ne hanno più bisogno. Vale a dire, abbiamo deciso di realizzare una transfer union, fondata su una garanzia comune e su un debito comune. E’ un punto chiave per costruire la sovranità dell’euro e farne una moneta forte e indipendente, e creare al nostro interno una sovranità di bilancio”.
Come indicato nel discorso della Sorbona, il passaggio chiave che l’Europa deve compiere per uscire dal paradigma “del mercato unico” è nel completamento dell’unione monetaria, per creare una sovranità di bilancio europea che permetta di pensare “europeo” sul piano economico e finanziario e di dare forza alla voce europea in questo settore delle relazioni internazionali. E’ solo il primo passo nella costruzione di un vero potere politico europeo; ma Macron sembra dimostrare con la sua analisi e la sua azione di ritenere che si tratti del punto di svolta, a partire dal quale “l’impensato dell’Europa”, ossia la costruzione di una dottrina propria per delineare un nuovo ordine mondiale e la costruzione degli strumenti politici necessari a tale scopo, diventano possibili. E’ la condizione per poter lanciare la prima grande missione europea, quella delle quattro sfide in materia di educazione, sanità, tecnologia e ecologia, da cui può ripartire la rinascita morale delle nostre società e che il Recovery Plan inizia ad indicare.

Questa intervista di Macron presenta dunque uno scenario di grande spessore culturale e politico, straordinariamente in sintonia con il pensiero federalista alla radice del progetto europeo. Lo è sul piano dei valori, su quello dell’analisi della crisi del modello occidentale, sul ruolo dell’Europa in risposta a tale crisi e sulla portata rivoluzionaria della creazione di “una sovranità europea”. La posizione di Macron alla guida dello Stato che storicamente ha dato il maggiore impulso alla costruzione europea, e ha al tempo stesso rappresentato l’ostacolo maggiore alla sua evoluzione politica, almeno fino al Vertice europeo di Nizza, lo collocano in una posizione di grande responsabilità, che sinora lo ha visto spesso isolato nel contesto europeo. Le resistenze che ha incontrato hanno sicuramente accentuato la sua idea della necessità di lavorare su un duplice binario: quello di cercare di costruire “un’autonomia strategica europea” con gli strumenti che l’Unione ha già, e quello di rifondare l’Unione europea, riformando i trattati, sulla base di un progetto politico che mira a costruire una vera “sovranità europea” senza farsi bloccare dalle resistenze di chi non crede di poter condividere questo tipo di missione per l’Europa. Il primo binario serve per iniziare a rispondere alle sfide di oggi, e insieme per portare i paesi europei a condividere “i contenuti della sovranità”, ossia la necessità che “l’Europa ritrovi le vie e i modi per decidere per sé stessa e per contare su sé stessa, senza dipendere dagli altri in tutti i campi, tecnologico, ma anche sanitario, geopolitico e di poter cooperare con chi vuole”. E’ un percorso necessario per potere arrivare a condividere anche l’idea che l’Europa diventi un fatto politico “capace di garantire politicamente i diritti dei propri cittadini” e quindi per pensare in termini pieni la “sovranità europea”. Oggi, nella situazione europea attuale, Macron ammette che “è un termine eccessivo, perché se ci fosse una sovranità europea ci sarebbe un potere politico europeo pienamente consolidato. Non siamo ancora a questo punto”. Per costruire questo potere manca innanzitutto, a suo parere, un passaggio sulla strutturazione di un demos europeo (“per avere una sovranità europea ci vorrebbero dei dirigenti europei pienamente eletti dal popolo europeo”. Oggi “il Parlamento europeo difende una rappresentanza della cittadinanza europea, ma ritengo che siano forme ancora insoddisfacenti. Per questo ho difeso molto le liste transnazionali”, come strumento per far emergere e strutturare in modo trasversale il demos europeo). E’ così che, sulla base di una vera rappresentanza nel Parlamento europeo del popolo europeo, dei popoli nazionali nel Consiglio e di ciò che fa la Commissione, “emerge una nuova forma di sovranità, che non è nazionale, ma europea”.
Il punto è che la vera sovranità, come spiega in termini generali Macron in chiusura dell’intervista, è legata allo Stato. Non esiste altra forma giuridico-istituzionale, se non lo Stato, per garantire la sovranità popolare democratica. Riuscire a costruire uno Stato democratico a livello sovranazionale, per realizzare un potere politico di dimensione adeguata rispetto alle sfide e rispettare al tempo stesso il principio della sovranità popolare democratica è dunque la vera sfida del nostro tempo. Macron vede questa necessità, identifica l’Europa come laboratorio di questo passaggio rivoluzionario, ma a tratti fatica a far emergere il come. E’ proprio su questo piano che gli strumenti concettuali elaborati dalla teoria federalista nei decenni di lotta politica per costruire la Federazione europea diventano il complemento indispensabile.
La posizione di Macron conferma che nei prossimi due-tre anni, che saranno cruciali per riuscire a portare a compimento il progetto federale in Europa, o perlomeno a porne le basi politico-istituzionali, il compito delle forze federalista sarà innanzitutto quello di lavorare per rafforzare gli strumenti politici del fronte delle forze determinate a vincere questa battaglia: un fronte è sicuramente all’interno del Parlamento europeo, l’altro è tra i governi favorevoli, ed in particolare per formare tra di loro un’alleanza che condivida gli obiettivi della creazione di una sovranità europea e li sappia declinare con gli strumenti del federalismo.