Lo scorso 3 dicembre, l’Ufficio Affari Esteri della Commissione Europea, ha predisposto una nota in cui si sottolinea il nuovo corso della politica estera della Cina che punterebbe ad utilizzare la propria capacità industriale con l’obiettivo di condizionare la produzione, l’economia e, possiamo aggiungere, la politica su scala mondiale. In questi ultimi venti anni la Cina è infatti diventata un vero e proprio polmone industriale per il mondo intero e oggi è in grado di controllare la produzione di linee di prodotto in settori strategici quali quello dell’auto o della elettronica. Questa dipendenza è emersa con evidenza durante i lock down l’anno scorso, quando la sospensione delle forniture provenienti dalla Cina ha bloccato alcune produzioni in Europa (per es. di Bmw e Volksvagen). L’Europa e il mondo intero dovrebbero però interrogarsi su come sia stato possibile, negli anni, delocalizzare attività produttive in Cina al punto da diventarne dipendenti favorendone così l’ascesa come potenza non solo in campo industriale, ma anche in campo politico in grado di influenzare alleanze strategiche. La Cina oggi non è più solo una potenza regionale  nel sud est asiatico ove per altro ha proposto a 14 nazioni dell’area un progetto di libero scambio, ma è in grado di influenzare le scelte politiche di molti leaders in Africa e in America latina ove promuove investimenti in infrastrutture in cambio di materie prime al fine garantire la propria capacità produttiva.

L’influenza cinese si è ulteriormente accresciuta da quando ha stretto una alleanza con la Russia all’indomani della crisi in Ucraina. A seguito delle sanzioni promosse dagli USA e appoggiate dalla UE come ritorsione alla ingerenza russa in Ucraina nella regione del Donbass e della Crimea, la Cina nel 2014 propose un importante accordo a Mosca che prevedeva un massiccio aiuto finanziario in cambio di forniture di gas e petrolio a prezzi di favore. Da quell’accordo hanno poi fatto seguito ulteriori intese in campo militare (esercitazioni navali congiunte nel Mediterraneo, nel Mar Cinese Meridionale, nel Mar Baltico); la creazione di basi militari e commerciali nell’Antartico; il sostegno reciproco in sede di votazioni all’ONU. A dimostrazione della propria capacità di agire ormai politicamente su vasta scala, il governo cinese ha siglato nel mese di marzo un accordo con l’Iran della durata di 25 anni: anche in questo caso vi saranno massicci investimenti per $ 400 mld in infrastrutture in cambio di petrolio. La presenza della Cina nell’area medio orientale apre una ulteriore criticità in una regione ove le tensioni e i contrasti perdurano da decenni. Non è poi casuale che dopo la firma dell’intesa con l’Iran il ministro degli esteri cinese si sia recato in Turchia per stringere nuove intese economiche. Gli accordi con Iran e Turchia vanno letti nella capacità di Pechino di approfittare delle tensioni che queste nazioni hanno con l’Occidente proponendosi come partner commerciale e come partner politico. La Cina rappresenta oggi un problema  per la UE poiché mostra la sua mancanza di un piano industriale continentale e in taluni settori evidenzia la propria dipendenza dall’import cinese: sperare che questa dipendenza nel tempo non diventi anche una dipendenza in campo politico è una illusione. La politica cinese ha, per propria tradizione, una capacità di visione nel lungo periodo ed è pertanto facile prevedere come ben presto questa si manifesterà nel nostro continente a meno di un rafforzamento delle istituzioni europee in senso federale.

In questo contesto assume una importanza strategica da parte della Ue rivedere le proprie relazioni con la Russia con la quale oggi persistono gravi contrasti. Così se con la Cina si evidenzia una mancanza di visione in campo industriale, in campo politico si evidenzia la fragilità e inconsistenza della UE nei settori della difesa e della politica estera succube, in questi ambiti, dalla politica statunitense. Se all’epoca dell’URSS era comprensibile che la CEE  vedesse la vicina potenza come un rischio per la propria democrazia, dalla caduta del muro e dalla nascita della UE la prospettiva doveva e poteva cambiare, così non è stato ed oggi i rapporti sono tesi al punto che in occasione della recente visita a Mosca del rappresentate per gli affari esteri della UE, Borrell sia stato trattato a dir poco in modo sprezzante dal suo omologo russo Lavrov. Se la Russia deve oggi dialogare con il mondo occidentale per trattare alcuni temi “caldi” chiama direttamente gli Stati Uniti o nella migliore delle ipotesi la Cancelliera Merkel o il presidente Macron. Come dargli torto d’altronde: non esiste un governo della UE che ne eserciti la sovranità, poiché oggi questa è nelle mani dei singoli Stati membri. Eppure la Russia può diventare un partner importante per la UE, così come la UE potrebbe esserlo per la Russia. Il tema non è solo legato alla vicinanza territoriale. La Russia ha gravi ritardi in settori chiave dell’industria, è rimasta ancorata al modello industriale sovietico che privilegiava l’industria pesante, militare o aerospaziale e l’industria mineraria. Sono settori importanti che però non favoriscono la domanda interna da parte della popolazione. In quest’ottica una politica industriale europea potrebbe favorire un ruolo di transizione per l’industria russa e nel contempo ridurre per gli europei i costi dell’approvvigionamento energetico del gas o del petrolio. Si potrebbero così ridurre le tensioni in campo politico e favorire un dialogo che potrebbe dare spazio anche alle opposizioni a Putin.

Ma per poter avviare nuove relazioni industriali che siano di aiuto alla politica è necessario che l’Unione europea innanzitutto si doti di un governo e di una propria politica estera. Al contrario degli USA gli europei non possono vedere la Russia solo come un nemico da contrastare con l’allargamento ad est dei propri Stati membri o sostenendo l’allargamento della Nato sino nel cuore della Russia. A questo proposito la possibilità che l’Ucraina, la Georgia o la Moldavia diventino membri della Nato non potrà che ritorcersi contro l’Europa stessa acuendo le tensioni con Mosca.

Le ragioni di Washington che storicamente punta ad indebolire Mosca e ad osteggiarla non possono essere quelle degli europei di oggi. Vi era una logica nell’osteggiare la Russia dei soviet, ma oggi è necessario utilizzare canoni diversi nel gestire le relazioni tra Stati. Questo non significa giustificare la politica aggressiva della Russia per es. in Ucraina o negare la politica autocratica di Putin, ma  non è neppure utile sostenere continue sanzioni che favoriscono solo l’avvicinamento sempre più stretto della Russia alla Cina. Per rendere però credibile questo nuovo scenario è indispensabile che la UE si renda autonoma sul piano politico dalle scelte USA che non possono essere sempre appoggiate per una semplice scelta di campo del cosiddetto mondo occidentale. La Russia che lo si voglia oppure no è parte integrante della storia d’Europa, spingerla verso l’area asiatica oggi significa indebolirla dal momento che in Asia i rapporti di forza sono a favore della Cina da cui dipende sempre più in campo finanziario ed economico. Una Unione europea dotata di una propria autorità politica sovrana potrebbe offrire una utile sponda alla Russia che, nonostante tutto, sa di essere in ritardo in settori vitali per lo sviluppo sociale della propria popolazione, come per es. nei settori della mobilità, dell’elettronica, delle nuove tecnologie a sostegno dell’agricoltura e più in generale nell’industria manifatturiera. La Russia ha bisogno di aiuto, ma quello che sta ricevendo dalla Cina non è a titolo gratuito, l’alleanza di questi ultimi anni ha favorito l’ascesa della Cina a potenza egemone nell’Oceano Pacifico dove pure la Russia ha importanti porti militari e mercantili. L’incapacità di avere una politica di buon vicinato con la Russia rende difficile il ruolo delle opposizioni a Putin. I suoi oppositori, per esempio, non possono dirsi d’accordo con gli USA o la UE nel sostenere nuove adesioni alla Nato ai confini della Russia. Infatti la politica estera Putin gode ancora di un ampio consenso nel Paese e le scelte di un allargamento ulteriore della Nato ad est rafforzano Putin e indeboliscono i suoi oppositori.

L’Unione Europea ha ampie possibilità di azione in campo economico e politico nei confronti sia della vicina Russia che della Cina, ma oggi non dispone della capacità di agire. La Conferenza sul futuro dell’Europa avrà il compito di indicare le prospettive politiche su cui la UE intende agire nei prossimi decenni e dovrà dire se saprà dotarsi degli gli strumenti e delle istituzioni per potersi sedere alla pari al tavolo delle trattative con le altre potenze mondiali. Dovrà dire in definitiva se la UE saprà essere o non essere sovrana del proprio destino.