Con l’aiuto dell’Occidente, Kiev inizia a cambiare strategia tentando di colpire la Russia.
Il conflitto russo-ucraino rischia di costituire un permanente focolaio di instabilità nella regione.


Il conflitto in Ucraina procede mettendo a rischio i pilastri fondamentali della sicurezza europea. Mentre la Russia cerca di costituire un nuovo equilibrio multipolare senza rinunciare alla contrapposizione ideologica, prima che diplomatica, in un confronto di valori con l’Occidente, continua la guerra sul campo dell’Ucraina.
Ad oggi, l’Ucraina mantiene il saldo controllo dell’ovest del Paese, di Odessa, ma la Russia consolida le proprie posizioni nel sud-est e nel Luhansk, mentre si continua a combattere nel Donbass che, nonostante le previsioni dell’intelligence russa, continua ad essere il terreno del confronto militare tra i due Stati.

È proprio in questa regione, infatti, che la Russia continua ad incontrare una strenua resistenza nel difensore ucraino che costringe l’esercito di Mosca a ripiegare facendo un uso massiccio più che delle truppe sul campo, dell’arma aerea per tentare di conquistare terreno.
Dopo molti mesi, questo conflitto si attesta con una presenza stabile dell’esercito russo nel sud del Paese, con un fronte permanentemente aperto nell’est. In un tale quadro, il comando russo tenta di riorganizzarsi per muovere sempre più verso nord, sperando che la controparte ucraina, ad un certo punto, perda smalto.
Gli attacchi nel sud e su Odessa non mancano: da giorni i bombardamenti attorno alla città del Mar Nero si fanno più intensi, ma colpiscono prevalentemente infrastrutture.
Non cambia la strategia militare della Russia nel resto del paese: continua il bombardamento strategico a strutture sia civili che militari ponendo la popolazione civile in serio pericolo. Si affastellano le immagini di città distrutte, di sfollati, di campi dati alle fiamme per colpire il paese non solo nel morale ma nell’economia, nel suo primo sostentamento.

Intanto, il sostegno occidentale all’Ucraina continua, sia dal punto rivista del supporto politico che militare. I paesi dell’Unione europea, ma soprattutto gli Stati Uniti non stanno mancando di sostenere lo sforzo bellico di Kiev la quale inizia a cambiare strategia tentando di colpire la Russia persino in Crimea cambiando la propria retorica e il proprio linguaggio, tanto che il presidente Zelensky parla esplicitamente del ritorno di Sebastopoli e della sua regione a Kiev.
Se fino ad un mese fa si parlava di una difficoltà dell’approvvigionamento di armamenti di fabbricazione russa utili a continuare la difesa dell’Ucraina, oggi, si può dire che (anche se continua la richiesta di armamenti) il problema appare meno grave data la fornitura di armi leggere e pesanti, di risorse per la contraerea, utili a vari settori della difesa e capaci di fornire un imprescindibile sostegno strategico e non solo tattico a Kiev in una fase così delicata del conflitto con Mosca. 

La guerra, tuttavia, con la sua portata sistemica, ha minacciato e, continua a minacciare, la sicurezza alimentare globale. Il conflitto sta contribuendo alla corsa al rialzo del grano e dei cereali, fondamentali per il sostentamento di tutti i paesi del mondo e, in particolare, dell’Africa e dell’Asia. Si registrano già le prime proteste per l’aumento del prezzo del pane in molti paesi, in Pakistan (dove si registra già una crisi politica), nel Medio Oriente, dove la dipendenza dalle forniture russe e ucraine ha costituito un pilastro della sicurezza alimentare di quei paesi.
In questo senso, la mediazione delle Nazioni Unite e della Turchia ha permesso di creare un corridoio umanitario per consentire alle navi cargo di poter esportare, dal porto di Odessa cereali in tutto il mondo, utilizzando gli hub di Turchia ed Egitto.
Tutto ciò ha permesso un allentamento della crisi alimentare, ma non l’ha ancora scongiurata del tutto.
Molti silos sono ancora pieni e molte navi attendono ancora di poter lasciare i porti ucraini per fornire il sostentamento a milioni di famiglie nel mondo, scongiurando un pericoloso aumento delle materie prime in una fase storica in cui inflazione, aumento dei costi dell’energia stanno mettendo a dura prova la stabilità internazionale e l’economia globale.

Un altro fronte è la sicurezza nucleare: la presenza in Ucraina della centrale nucleare più grande d’Europa nella città di Zaporizhzhia da mesi, ormai nelle mani dell’esercito russo.
Il confronto sul possesso della centrale, nodo strategico per l’approvvigionamento energetico di tutto il Paese, è terreno pericoloso del confronto fra Kiev e Mosca.
Il bombardamento nei pressi della centrale per il quale si scambiano le accuse i due principali contraenti, è l’oggetto delle preoccupazioni dell’Europa e della comunità internazionale. Le Nazioni Unite direttamente e attraverso l’agenzia specializzata AIEA hanno sottolineato più volte la necessità di non portare il terreno dello scontro nei pressi della centrale chiedendo persino la smilitarizzazione della zona attorno alla centrale nucleare, onde evitare conseguenze estreme nell’intera regione europea.
Le Nazioni Unite hanno, nel frattempo, inviato una missione con il fine esplicito di rimanere nella centrale, quale garanzia internazionale sulla gestione e la sicurezza dell’impianto, senza, tuttavia, trovare ancora il consenso della Russia.
Su questo terreno la mediazione delle Nazioni Unite e della Turchia si è fatta particolarmente intensa nelle ultime settimane e, persino, nelle ultime ore. Tuttavia, le parti in conflitto non hanno trovato un accordo definitivo sullo status della centrale.
D’altro canto, la stessa incertezza sul destino della centrale è parte della strategia dell’occupante volto a non perdere un importante elemento negoziale con l’Ucraina ma anche (e soprattutto) con la controparte americana. 

Tuttavia, il confronto politico tra Russia e Ucraina si veste di un’altra natura: il 23 agosto scorso, nel centro di Mosca rimane vittima di un attentato la figlia del politologo russo Alexandr Dugin, Alina Dugina. Probabilmente l’obiettivo degli attentatori è proprio l’ideologo russo anche se non si esclude che la stessa Dugina impegnata politicamente sul medesimo terreno ideale del padre, fosse obiettivo dei terroristi. Mosca ha accusato immediatamente Kiev, la quale ha dichiarato di “non avere nulla a che fare” con l’attentato. Nei giorni immediatamente successivi Mosca accusa una soldatessa del Battaglione Azov che avrebbe viaggiato sotto copertura in Russia con l’obiettivo di assassinare Dugin, fuggita poi in Estonia, avrebbe fatto perdere le proprie tracce. 

Sin dal 24 febbraio, giorno dell’inizio del conflitto a questi giorni, in cui si festeggia l’anniversario dell’indipendenza dell’Ucraina, si contano migliaia di morti, milioni di rifugiati e conseguenze importanti sull’economia europea e mondiale a partire dalla crisi energetica. 

Il conflitto russo-ucraino sta diventando una vera e propria guerra di logoramento, ben lontano dalle iniziali previsioni di Mosca. Un cambiamento strategico che la Russia ha dovuto subire e che sta costando caro in termini di vite umane all’Armata russa.
Molto, tuttavia, dipenderà dalla capacità dell’Ucraina di resistere e dell’Occidente di fornire armamenti, know how e informazioni all’esercito ucraino. Un elemento di novità sono gli attacchi ucraini mirati in Crimea (il cambiamento del linguaggio in relazione alla sovranità della penisola nel Mar Nero da parte della leadership ucraina) e, senza dubbio, l’attentato di Mosca a Dugin pone nuovi interrogativi, a prescindere dalla paternità dell’attacco.
Rilevanti appaiono anche le conseguenze sull’approvvigionamento delle materie prime, in particolare il gas naturale e il petrolio. L’Europa che, da diverso tempo, paga una decisiva dipendenza dal fornitore russo, tenta, non senza ambiguità e false partenze, di palliare l’impatto di un conflitto di lunga durata e prepara contromisure, sia a livello europeo che nazionale, per sostenere l’economia in difficoltà a causa dell’aumento del prezzo dell’energia.

Sul terreno politico diplomatico, inoltre, si affacciano nuovamente le Nazioni Unite, impegnate a mediare sia sulla delicata situazione dell’apertura dei porti ucraini al commercio dei cereali, sia sulla questione nucleare. Tuttavia, appare decisiva, in questo contesto, la posizione della Turchia impegnata ad accreditarsi come mediatore credibile e che può vantare un primo successo con l’apertura dei porti ucraini. Si tratta di un elemento non di poco conto nel nuovo equilibrio europeo e che merita una rinnovata attenzione nei prossimi mesi.
In conclusione, nonostante le novità politiche e diplomatiche, il conflitto russo-ucraino rischia di costituire un permanente focolaio di instabilità nella regione. Mosca si trova ad un bivio strategico: consolidare le posizioni o rafforzarsi per muovere verso Kiev, mentre per l’Ucraina rimane essenziale il sostengo dell’Occidente.