Il conflitto Russia-Ucraina non è sufficiente a comprendere interamente il profilo della crisi alimentare.
Nel 2022 è stato raggiunto il record storico nella produzione globale di cereali, eppure le persone in avanzato stato di denutrizione sono in aumento.


Affinché risulti possibile un accettabile inquadramento del corrente problema alimentare, oggi al centro di eterogenee descrizioni da parte degli organi mediatici, paiono irrinunciabili due premesse finalizzate a tracciare delle solide coordinate di ordine teorico. La prima concerne l’oggetto del problema, ossia il cibo. Come evidenziato dallo storico M. Montanari nel saggio “La fame e l’abbondanza” (1993), «[...] la storia dell’alimentazione scorre in sintonia con le ‘altre’ storie, le determina e ne è determinata [...]». Occuparsi di cibo, quindi, non significa rivolgersi a questioni di secondaria importanza; au contraire, il tema dell’alimentazione può essere considerato alla stregua di un valente punto d’osservazione per mezzo del quale studiare alcuni dei più densi snodi attinenti alla storia della popolazione globale. Quali proporzioni attribuire, tuttavia, a tale punto d’osservazione? La riposta è presto detta: per articolarla è sufficiente richiamare alla memoria l’autorevole insegnamento di uno dei massimi storici del Novecento, ossia M. Bloch (1886-1944), che nella sua “Apologia della storia” (1949) definì la storia stessa come la scienza che «senza posa necessita di unire lo studio dei morti a quello dei viventi». Il contesto in cui oggi si colloca l’emergenza alimentare è tanto composito quanto intricato: coinvolge, infatti, un presente costituito di molteplici livelli e un passato di lungo respiro in cui si annidano svariate analogie con il tempo corrente.

Negli ultimi mesi, in seguito ad avvenimenti capaci di produrre perduranti effetti su scala planetaria, si è ampiamente diffuso il timore che una crisi alimentare di enorme portata sia incombente. Tuttavia, dislocare tale timore entro l’indefinito ambito dell’assolutezza significa sprofondare nella grossolanità: per eludere un simile esito pare opportuno attribuire alla crisi alimentare in questione un profilo dalla fisionomia più accurata. Procedendo in tale direzione, ecco il levarsi del primo interrogativo: quali fattori avrebbero innescato la crisi? Posto che determinate aree del mondo sono costrette da decenni a patire le terribili conseguenze della mancanza di un adeguato sistema di approvvigionamenti, la crisi cui oggi alludono le piattaforme d’informazione è legata soprattutto all’intersecarsi dei seguenti fattori: l’invasione russa dell’Ucraina, il degrado ambientale derivante dal cambiamento climatico, le conseguenze della pandemia provocata dal Covid-19, e l’insieme di brutali speculazioni finanziarie legate a un certo sistema socio-economico.

Tra questi fattori, largo spazio è stato concesso a quello costituito dal conflitto militare ‘cominciato’ con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Putin. La ragione è perspicua: i due Stati coinvolti nello scontro figurano tra i maggiori esportatori di granaglie al mondo – in particolare, come evidenziato dai dati diffusi dalle maggiori agenzie internazionali (FAO, PAM, OMS), Stati quali Eritrea, Mauritania, Somalia e Tanzania dipendono totalmente dalle derrate provenienti dall’Ucraina. Che il blocco russo delle navi ucraine disposte nel Mar Nero abbia suscitato vaste attenzioni, dunque, pare comprensibile. Ad oggi, un precario accordo ha parzialmente disinnescato lo stallo: mediato dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan, l’accordo in questione coinvolge, da un lato, le Nazioni Unite (nella figura del segretario generale Antonio Guterres) e, dall’altro, gli Stati in conflitto. Come illustrato sulle pagine de “Il Sole 24 Ore” da G. Di Donfrancesco, l’accordo copre gli strategici porti di Odessa, Chernomorsk e Pivdennyi per una durata di 120 giorni. Conseguenza dell’accordo è costituita dall’attuazione di diverse misure: alle navi sono concessi dei corridoi sicuri e dei dragamine, ma al loro ritorno sono obbligate a sottoporsi a dei controlli volti a verificare che le stesse non trasportino armi in terra ucraina. Lo Stato russo, inoltre, ha dovuto fornire una garanzia internazionale con la quale si è impegnato a non utilizzare i corridoi navali per invadere il porto di Odessa. La vigilanza sull’intesa è stata affidata a un Centro di Controllo (Jcc) con base ad Ankara, il quale risulta composto da funzionari delle Nazioni Unite e degli Stati legati all’accordo (Turchia, Ucraina, Russia). Complessivamente, si tratta di un ordine fragile: nelle ultime settimane, infatti, il reciproco scambio di accuse tra Mosca e Kiev non si è arrestato. Come riferito da I. Kottasovà per “CNN”, la condanna nei confronti della Russia di Putin avanzata dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, è stata netta: «[...] food has become now part of the Kremlin’s arsenal of terror». Dal presente al passato: la mente corre al genocidio dell’Holodomor consumatosi tra il 1931 e il 1932: anche allora la fame fu un’arma.

Il conflitto in questione, però, non è sufficiente a comprendere interamente il profilo della crisi posta in esame. Come riportato sulle pagine di “Micromega” da M. Omizzolo e R. Lessio, nel 2022 è stato raggiunto il record storico nella produzione globale di cereali (2.791 milioni di tonnellate): ciò significa che, nonostante l’azione sempre più invasiva del tracollo climatico, il pianeta dispone ancora di una quantità di cereali teoricamente bastante alla propria popolazione. Eppure, come segnalato da G. Cavallini sulle pagine di “Nigrizia”, è stato stimato che nel 2021 le persone in avanzato stato di denutrizione ammontassero a 828 milioni – ossia 46 milioni più del 2020 e 150 milioni più del 2019. Alcune aree del mondo (si pensi all’Africa, all’Asia e al Sud America) presentano dati terrificanti: sia sufficiente considerare, in questo senso, casi come quello relativo al Corno d’Africa, dove si stima che oltre 19 milioni di persone si trovino in condizioni di grave insicurezza alimentare. Se si guarda, poi, a realtà come quella costituita dalla Repubblica democratica del Congo, la cifra sale a 27 milioni. Che cosa non funziona?, sorge spontaneo domandarsi. Di là da eventi temporalmente circoscritti come il conflitto al quale si è accennato, il problema sostanziale alberga nel sistema socio-economico dal quale dipendono i processi legati all’alimentazione. Basti pensare che nell’Unione europea ben due terzi delle produzioni complessive di cereali vengono destinati all’allevamento di animali. Non soltanto: una parte delle produzioni viene sempre eliminata o a causa di ragioni estetiche connesse alle esigenze di mercato o a causa di sprechi di vario genere. A questo elenco di circoli viziosi, poi, si devono sommare processi come il già citato cambiamento climatico e le violente speculazioni finanziarie legate al sistema finora descritto. Diversamente, risulterebbe ben difficile spiegare fatti come il seguente: presso il Chicago Mercantile Exchange, mercato statunitense convenzionalmente considerato un riferimento per le oscillazioni legate ai contratti agricoli, il prezzo di una tonnellata di grano tenero era pari a 275 euro all’altezza del 1° gennaio 2022, ma ammontava a 400 euro in corrispondenza dell’aprile del medesimo anno. Ecco il motivo per il quale, sulle pagine de “Il Corriere della Sera”, F. Rampini ha parlato di speculazioni orchestrate sulla base di pseudo-parallelismi con la questione energetica. Più generalmente, M. Omizzolo e R. Lessio affermano: «[...] teniamo in piedi un sistema alimentare finanziarizzato e iperconsumistico che è ecologicamente e socialmente insostenibile [...]». I tasselli che configurano la crisi in questione, ad summam, rimandano ai danni ambientali causati dal cambiamento climatico, alle aree più povere del pianeta, e a un sistema di produzione, diffusione e speculazione che non presenta alcuna forma di salvaguardia etica. Soltanto in questi termini è possibile comprendere la drammaticità delle parole di David Beasley, direttore esecutivo del PAM: «Il risultato sarà una destabilizzazione globale, denutrizione e migrazioni di massa a un livello mai visto».

Presente e passato, vivi e morti. Congiunture come quella costituita dalla triade pandemia-carestia-guerra hanno segnato più volte il continuum storico. Ma la storia è anche cambiamento: il mondo di oggi non è quello di ieri. Mentre una perdurante crisi alimentare sferza da tempi immemori gli ultimi di qualsiasi società, il pianeta muta irreversibilmente secondo una traiettoria denotata dall’incoscienza. L’auspicio è che il più cieco atomismo venga presto sostituito da epocali riforme. Ecco perché, sotto un’insegna che comprende unità e lungimiranza, la visione federalista dischiude oggi più di ieri tutta la propria salvifica urgenza.