Pur nel mutare delle situazioni politiche la battaglia per la federazione europea è stata guidata da categorie di pensiero che hanno consentito al federalismo organizzato di elaborare linee politiche e strategiche. Il federalismo è un pensiero politico attivo che si nutre del contributo teorico-pratico non solo del ‘fondatore’ del nostro Movimento, ma anche degli autori “classici” che lo hanno preceduto (da Kant, a Hamilton a Einaudi, per citarne alcuni) e di coloro che ne hanno continuato l’opera, a cominciare da Mario Albertini.
Il Manifesto di Ventotene raccoglie l’eredità delle grandi rivoluzioni del passato, lette però alla luce della ‘rottura teorica’ introdotta dal federalismo, proiettando il pensiero sull’azione per la federazione europea. Da questo punto di vista è lecito affermare che esso rappresenta il “faro” del nostro pensiero, che ha alimentato la nostra azione: esso continua ad essere una “forza irradiante”.
Riproporre, su L’Unità Europea, alcuni passi importanti dei testi federalisti e commentarli alla luce dell’attualità politica, ci sembra il modo più efficace per farli rivivere.
Cominciamo, in questo numero, con il passo, forse il più famoso, del “Manifesto per un’Europa libera e unita”, quello della “linea di divisione…”.

La tragica esperienza delle due guerre mondiali fece toccare con mano agli “uomini di Ventotene” l’esito disastroso di un sistema europeo basato sulla sovranità assoluta degli stati, che trasformava ogni divergenza profonda in un conflitto militare. La guerra aveva mostrato che esiste una inconciliabilità strutturale tra il mantenimento della sovranità nazionale assoluta e lo sviluppo della libertà, della democrazia e della giustizia sociale. Non solo sul piano internazionale (la nazione sovrana più forte finisce per soggiogare quella più debole), ma anche sul piano interno. Lo stato nazionale ha bisogno di giustificare ideologicamente, verso i propri cittadini, questa pretesa ad una sovranità assoluta ed il nazionalismo è lo strumento che è perfettamente funzionale a questo disegno.

Infatti, è proprio grazie all’ideologia nazionale che, nel passato, è stato possibile chiedere ai propri cittadini di sacrificare libertà, democrazia e giustizia sociale per poter combattere con maggiore efficacia il nemico, sino al sacrificio della propria vita.

 

La linea di divisione tra partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa quelli che concepiscono come fine essenziale della lotta quello antico, cioè la conquista del potere politico nazionale – e che faranno, sia pur involontariamente, il gioco delle forze reazionarie lasciando solidificare la lava incandescente delle passioni popolari nel vecchio stampo, e risorgere le vecchie assurdità - e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso quello scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopreranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale.
(da "il Manifesto per un'Europa per un'Europa libera e unita")

 

Ne deriva allora che la fine della sovranità assoluta degli Stati è stata la premessa – per gli uomini di Ventotene – da cui partire per ottenere una maggiore libertà, democrazia e giustizia sociale. E che, pertanto, la fondazione della Federazione europea – che consente appunto di superare la sovranità assoluta degli Stati - apparve loro come obiettivo politico prioritario rispetto alle lotte per rinnovare internamente gli Stati nazionali.

Alla luce di questa impostazione teorica – che gli autori del Manifesto ricavarono dagli scritti di Einaudi e dei federalisti inglesi degli Anni Trenta – si può comprendere il significato profondo della linea di divisione tra progresso e conservazione. Essa non è più data dal livello maggiore o minore da assegnare alla “democrazia o al socialismo da istituire” all’interno di ciascun Paese.  Ma essa divide coloro che si battono per trasferire quote di sovranità per far nascere una Federazione europea e coloro che invece vogliono mantenere una sovranità nazionale assoluta ed esclusiva. I primi sono i “progressisti” perché vogliono creare un potere nuovo, cui conferire, in forma irrevocabile e condivisa, alcune competenze (indicativamente: politica estera, difesa ed economia). I secondi sono invece i reazionari, cioè coloro che vogliono mantenere dette competenze nella potestà esclusiva degli Stati-nazione, restando così prigionieri della lotta per il potere politico nazionale.

La crisi europea di questi ultimi dieci anni ha fatto riemergere con forza questa divisione, perché il processo di unificazione europea è oramai arrivato al punto in cui si pone il passaggio di sovranità dagli Stati all’Europa nel campo della politica estera, della difesa e dell’economia. E infatti vediamo sempre più che l’alternativa reale è tra chi chiede un avanzamento del processo europeo verso una politica di sicurezza comune ed una fiscalità europea e chi invece vuole non solo mantenere questi poteri a livello nazionale, ma addirittura rinazionalizzare le politiche comunitarie; tra chi parla di ritorno alla sovranità nazionale (vendendo illusioni contro consenso elettorale) e chi invece vuole una “sovranità europea” per poter portare la democrazia al livello dei problemi.

Se dunque il problema della creazione di un potere federale è questione che riguarda un passaggio di sovranità, dagli Stati all’Europa, ne deriva che la discriminante classica “destra/sinistra” – che abitualmente viene utilizzata per qualificare soluzioni e posizioni politiche – non funziona in realtà per costruire la federazione europea, non si pone, in quanto tale, il problema di come costruire un potere nuovo, al di là di quelli esistenti, cioè di quali istituzioni sovrannazionali costruire.

Quell’antica discriminante resta ancora fondamentalmente legata a qualificare, in un modo piuttosto che nell’altro, la gestione dei poteri esistenti, piuttosto che la fondazione di un potere nuovo. Dunque, ancor’oggi, la discriminante per costruire la federazione europea è quella indicata a Ventotene, tra coloro che “concepiscono come fine essenziale della lotta quello antico, cioè la conquista del potere politico nazionale” e “quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale…”.

I primi sono i sovranisti, che vediamo un po’ dappertutto lungo lo schieramento politico nazionale. Sono coloro che vogliono ri-alzare i muri tra gli Stati, ripristinare i poteri degli Stati-nazione sulla liberta di circolazione dei cittadini europei e sul commercio internazionale; che vogliono mantenere la fiscalità e la politica di bilancio come sola prerogativa dello Stato-nazione (al fine di poter conservare quote di potere nazionale e di consenso elettorale), che pensano che la democrazia possa esistere solo nel quadro politico nazionale. In breve: sono coloro che restano aggrappati ad una fittizia sovranità nazionale.

Osservando il comportamento politico dei sovranisti rinveniamo una verità già messa in luce dagli autori del Manifesto nel passo in questione. Infatti costoro “faranno, sia pur involontariamente, il gioco delle forze reazionarie lasciando solidificare la lava incandescente delle passioni popolari nel vecchio stampo, e risorgere le vecchie assurdità”. È quanto vediamo oggi, ad esempio, nella battaglia contro l’euro, la quale fa riemergere nazionalismo e populismo, con slogan e messaggi che possono esser colorati indistintamente come di “destra o di sinistra”.

Se non vogliamo che il vecchio stampo (lo Stato-nazione) ci riporti le vecchie assurdità (il fascismo) dobbiamo allora accelerare la costruzione di un potere federale in Europa, che è la condizione necessaria perché libertà, democrazia e giustizia sociale possano tornare ad avanzare per tutti gli Europei. 

È questo il compito dei secondi, dei progressisti, che sono tali perché vogliono creare un potere nuovo, cioè una sovranità e una democrazia sovrannazionale, un’autentica nuova rivoluzione, per portare ancor più avanti la frontiera della libertà, della democrazia e della giustizia sociale, per l’Europa e per il Mondo.