Il ritorno al potere dei Talebani, dopo il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan, segna la fine di un’epoca nelle relazioni internazionali e apre la strada alla definizione di un nuovo ordine mondiale dal tratto ancora ignoto. La restaurazione della Sharia come legge fondamentale del nuovo Emirato islamico risuona come una sconfitta per l’Occidente, mettendo in discussione l’operato della NATO dopo 20 anni di missione nella ragione. La segregazione delle donne, i rapimenti delle bambine, le violenze diffuse e le esecuzioni sommarie lungo le province del Paese, le drammatiche scene delle evacuazioni di massa e gli attentati all’aeroporto di Kabul, ci hanno fatto capire quanto fosse fragile la presenza delle forze armate occidentali in Afghanistan e, allo stesso tempo, essenziale per garantire la sicurezza, per tutelare i diritti, per difendere le libertà fondamentali, per combattere il terrorismo.

Sulla base degli Accordi di Doha, conclusi nel gennaio 2020, tra l’Amministrazione USA retta da Donald Trump e la Delegazione talebana guidata dal mullah Omar Baradar, gli americani si impegnavano a ritirare le truppe dall’Afghanistan in cambio, da parte dei Talebani, di una rottura dei legami con Al Qaeda e il terrorismo internazionale, della cessazione delle violenze contro la popolazione civile e dell’avvio di un processo di pace e riconciliazione con il governo nazionale afghano. La nuova Amministrazione americana ha confermato questo approccio e così Joe Biden ha portato l’America a concludere una guerra costata agli americani più di 2.000 miliardi di dollari in vent’anni (300 milioni di dollari al giorno) e più di 2.000 mila vittime tra militari, civili e diplomatici.

Di fronte ai tanti e legittimi interrogativi sui tempi e modi del ritiro occidentale, sulle conseguenze che una tale decisione avrà sugli equilibri geopolitici dell’area, sull’insorgere di nuovi rischi per la sicurezza globale, derivanti dal ritorno del fondamentalismo islamico e del terrorismo internazionale, colpisce come le vicende afghane (e quindi occidentali) siano state vissute diversamente negli Stati Uniti e in Europa, rimarcando una divergenza tra le sponde opposte dell’Atlantico sempre più profonda e, probabilmente, destinata a durare a lungo dopo gli accadimenti di questa estate.

Anche di fronte alla rapida avanzata dei Talebani, l’Amministrazione americana non è mai venuta meno alla sua strategia iniziale. Il Presidente Biden, in un prima fase, ha rassicurato l’opinione pubblica, nazionale e internazionale, sostenendo che il governo afghano sarebbe stato in grado di condurre una controffensiva efficace contro i Talebani, disponendo di un esercito regolare di 300.000 effettivi, addestrati ed equipaggiati dagli americani con le migliori armi e tecnologie. Successivamente, di fronte alla caduta di Kabul, alla fuga del governo afghano e alla dissoluzione dell’esercito regolare, ha continuato a rivendicare le ragioni della sua scelta, affermando che gli Stati Uniti non avevano più interessi da difendere in Afghanistan, che erano stati “raggiunti gli obiettivi” (sconfiggere Al-Qaeda, ndr) e che i soldati americani non avrebbero continuato a combattere una “guerra senza fine” che le stesse truppe afghane non erano “disposte a combattere”. Nell’esteablishment americano, vi è sempre stata la convinzione che una permanenza ulteriore delle truppe americane in Afghanistan non avrebbe cambiato gli esiti finali della missione. La ritirata è stata, quindi, vissuta da Washington come una scelta obbligata dal punto di vista militare e strategica dal punto di vista politico, nella prospettiva di concentrare maggiori attenzioni e risorse nella politica interna, a beneficio in primo luogo della ripresa dell’economia americana dopo la pandemia. L’elettorato americano sembra aver condiviso in larga maggioranza questa impostazione, anche se non sono mancate critiche bipartisan dalle élite democratiche e repubblicane sulle ricadute negative che tale scelta avrà nella politica estera americana in termini di sicurezza e credibilità internazionale.

In Europa le reazioni sono state diverse. L’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione Europea, Jospe Borrel non ha tardato a definire il ritorno dei Talebani una “catastrofe per gli afghani e un fallimento per l‘Occidente”. La Cancelliera Angela Markel, con la solita franchezza, ha riconosciuto gli errori comuni, dichiarando che ”dopo 20 anni in Afghanistan” gli sforzi dell’Occidente “non hanno avuto successo”. Dubbi sul processo di pace avviato a Doha erano stati sollevati, anche nell’ultima riunione dei Ministri della Difesa dell’Alleanza Atlantica a marzo del 2021. In quella occasione, il Segretario Generale della NATO, Jens Stoltenberg, aveva denunciato gli scarsi progressi raggiunti dai Talebani rispetto agli impegni presi. Tuttavia, la decisione unilaterale americana, l’assenza di una strategia globale condivisa con gli Alleati, la subalternità degli Stati europei (anche di fronte alla richiesta – respinta dal Presidente Biden in una riunione straordinaria del G7 – di posticipare il ritiro delle truppe della NATO oltre i termini pattuiti con i Talebani per permettere l'evacuazione di un maggior numero di civili afghani tramite corridoi umanitari internazionali), hanno riaperto il dibattito sul ruolo dell’Unione europea nel sistema internazionale e sulla necessità di costruire una difesa europea.

Il Generale Graziano, Presidente del Comitato militare dell’UE, è stato tra i primi a richiamare la necessità di una maggiore “autonomia dell’Europa nelle missioni”- intesa non come “indipendenza da qualcuno ma capacità di agire da soli”- e il bisogno di ripensare il ruolo della NATO con un maggiore peso politico europeo, dotando l’UE di una voce sola e strutture militari adeguate per affrontare scenari di crisi. La strada da seguire dovrebbe essere quella dei Battlegroups: le unità militari di schieramento rapido dell’UE che, secondo il Generale Graziano, rappresentano l’embrione di un esercito europeo. Sulla falsa riga, l’ ex Generale dello Stato Maggiore della Difesa, Vincenzo Camporini, ha rilanciato l’idea di “autonomia strategica”, sottolineando le sfide politiche dietro a questo concetto e quindi rimarcando la necessità di definire prima una politica estera comune: requisito per una politica di difesa comune. Secondo il Generale Camporini, il primo ostacolo da superare è il voto all’unanimità nei processi decisionali europei, “partendo da un nucleo di Paesi che inizi realmente a pensare in modo unito la politica estera europea”.

A livello politico e istituzionale, si sono  riunioni informali tra i vari attori europei coivolti che hanno portato l’Alto Rappresentante dell’UE e la Presidenza slovena di turno del Consiglio Europeo ad avanzare due proposte. La prima riprende e rilancia l’idea di creare uno schieramento europeo di intervento rapido, “Initial Entry Force”, composto da “5.000 soldati in grado di mobilitarsi a chiamata”, come illustrato da Josep Borell. La seconda, oltre a prevedere la possibilità di ampliare la composizione della forza “fino a 20.000 unità”, mira a riformare i processi decisionali nel quadro europeo, dando maggiore potere alle Istituzioni UE e favorendo “meccanismi di voto a maggioranza” e non più all’unanimità, come annunciato dal Ministro della Difesa sloveno Matej Tonin. La discussione entrerà nel vivo tra ottobre e novembre, quando saranno presentate le prime proposte operative nell’ambito dell'aggiornamento dellabussola strategica” dell’Unione Europea nel mondo. Di fronte al disimpegno americano dagli scenari internazionali, l’affermazione dell’Europa, con una politica estera e di difesa unica, si impone come prospettiva concreta e necessaria per ridefinire gli equilibri globali e riscattare la credibilità dell’Occidente di fronte alle promesse tradite in Afghanistan e alle minacce provenienti da un Mondo instabile e insicuro.