La crisi migratoria che sta interessando Ceuta non è soltanto un’emergenza umanitaria né un problema di ordine pubblico. È una sfida politica che riguarda l’intera Unione europea. Quando una frontiera esterna è sotto pressione, non è coinvolto soltanto lo Stato interessato: è l’Europa nel suo insieme.
Le migrazioni rappresentano ormai un fenomeno strutturale del nostro tempo. Guerre, squilibri economici, dinamiche demografiche, cambiamenti climatici e tensioni geopolitiche continueranno ad alimentare i flussi verso il continente europeo. In alcuni contesti, inoltre, la gestione dei flussi migratori può trasformarsi in uno strumento di pressione politica nei rapporti tra Stati, rendendo ancora più evidente la necessità di una risposta comune dell’Unione europea. Pensare di affrontare questa realtà con politiche esclusivamente nazionali significa rincorrere le emergenze senza mai governarle.
Ceuta è territorio spagnolo, anche se fuori dall’area Schengen, ma è soprattutto una frontiera esterna dell’Unione europea. Per questo la gestione delle frontiere, dell’asilo e dei rimpatri non può gravare quasi esclusivamente sugli Stati di primo ingresso: deve diventare una responsabilità comune.
La libera circolazione all’interno dell’Unione può essere preservata solo se gli Stati membri hanno fiducia nella capacità dell’Europa di governare efficacemente le proprie frontiere esterne. Quando questa fiducia viene meno, cresce la tentazione di reintrodurre controlli alle frontiere interne, mettendo in discussione lo spazio Schengen.
È positivo che, di fronte alla gravità della situazione, diversi governi europei abbiano chiesto un maggiore coinvolgimento delle istituzioni dell’Unione e una risposta coordinata da Bruxelles. È il riconoscimento che la gestione delle migrazioni è una questione europea. Ma il coordinamento, da solo, non basta.
Già oggi i Trattati consentono di rafforzare strumenti comuni, dalla gestione delle frontiere esterne al ruolo di Frontex, e di migliorare il sistema europeo dell’asilo. L’esperienza dimostra però che il principale ostacolo non è giuridico, ma politico. Finché le decisioni continueranno a dipendere da accordi intergovernativi e dai reciproci veti, l’Europa continuerà a reagire alle crisi invece di governarle.
Sicurezza e solidarietà non sono in contraddizione: si rafforzano reciprocamente. Governare i flussi migratori non significa rinunciare ai valori europei, ma renderli concreti, garantendo insieme sicurezza, tutela del diritto d’asilo, solidarietà tra gli Stati membri e rispetto della dignità della persona.
Per il Movimento Federalista Europeo la risposta non può essere la rinazionalizzazione delle politiche migratorie né il ritorno ai confini interni. Serve, al contrario, più Europa: una politica comune sull’immigrazione e sull’asilo, una gestione europea delle frontiere esterne e istituzioni capaci di decidere e agire nell’interesse comune. Una gestione efficace delle migrazioni richiede anche un’autentica politica estera europea, capace di affrontare le cause del fenomeno e di gestire i rapporti con i Paesi di origine e di transito. Solo così sarà possibile coniugare efficacemente sicurezza, solidarietà e responsabilità.
La crisi di Ceuta dimostra che il futuro di Schengen dipende dal futuro dell’Unione europea. Finché le frontiere esterne resteranno affidate principalmente agli Stati nazionali, ogni crisi continuerà a mettere in discussione la libera circolazione e ad alimentare divisioni tra i governi. A Ceuta non si difende soltanto una frontiera della Spagna: si difendono Schengen, la solidarietà tra gli Stati membri e l’idea stessa di un’Europa capace di proteggere i propri cittadini senza rinunciare ai valori di libertà, democrazia, solidarietà e rispetto della dignità umana su cui è fondata. Difendere Schengen significa quindi completare l’Unione politica, attribuendo all’Europa le competenze necessarie per governare le frontiere esterne, l’asilo e le migrazioni. Solo un’Europa federale potrà garantire una risposta comune alle grandi sfide del nostro tempo.

