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La valutazione finale del vertice Trump-Putin in Alaska e dell’incontro di Washington dipenderà in larga misura dalle decisioni che gli europei prenderanno in risposta ad essi. Per l’Europa si aprono sicuramente nuove minacce e sfide, ma anche una finestra di opportunità, forse molto breve, per prendere decisioni storiche. L’Europa ha potenzialmente le risorse per reagire a tutti questi sviluppi, attraverso la propria unità politica.

Il rischio cui si trova di fronte l’Europa oggi è l’emarginazione degli Stati europei e una nuova centralità della Russia sulle questioni di sicurezza in Europa. Questo è l’obiettivo che Putin, pur non avendo vinto la guerra sul campo, continua a perseguire, avendo imposto di nuovo nei fatti l’uso della violenza armata come strumento di risoluzione delle controversie e delle decisioni politiche. Egli è infatti ben consapevole che la velocità con cui gli europei stanno cercando di rimediare alla condizione di ‘nano militare’ è insufficiente, e che i riarmi nazionali saranno inefficace se non accompagnati dalla costruzione di una vera difesa europea. Quanto più decidono oggi le armi, tanto meno l’Europa ha potere d’interdizione nei suoi confronti.

Le dichiarazioni in Alaska di Putin, con l’auspicio che Ucraina ed europei non si mettano di traverso rispetto all’accordo negoziato con Trump, sono indicative che allo zar quell’accordo va bene, perché ha ottenuto sostanzialmente tutto quel che voleva, e che non è riuscito finora a conquistare militarmente. E va sottolineata la dichiarazione di Putin sulla garanzia russa di non invadere più “l’Ucraina o altri Stati europei”, che sono messi sullo stesso piano. Considerato che la Russia ha già violato nel 2014 e nel 2022 il Trattato di Budapest del 1994 con cui si impegnava a difendere l’integrità territoriale ucraina in cambio della cessione delle armi nucleari di quest’ultima alla Russia – e che tale integrità era garantita in quel Trattato anche da USA e Regno Unito, che si sono ben guardate dall’intervenire contro la Russia – e che Putin ancora il 20 febbraio 2022 dichiarava che la Russia non intendeva invadere l’Ucraina ma stava facendo delle esercitazioni, la garanzia russa vale meno della carta su cui verrà scritta. Questo dice molto sui rischi per la sicurezza europea, non solo dell’Ucraina.

Gli europei sono prima stati umiliati dalla decisione di Trump di svolgere un vertice con Putin, accolto con tutti gli onori in Alaska, nonostante la sua guerra d’aggressione in Ucraina. Poi, hanno tirato un sospiro di sollievo per il fatto che Trump non avesse concluso un accordo con Putin per poi imporlo a ucraini ed europei, e che anzi abbia riconosciuto la necessità di coordinarsi con loro. Ma è evidente che l’automatismo secondo cui gli Interessi degli Stati Uniti coincidono sempre con quelli dell’Unione Europea non è più valido (se mai lo è stato).

L’assenza dell’Europa al vertice in Alaska mostra anche a chi ragiona ancora in termini di sovranità nazionale, che essa è inutile, e porta a non essere rappresentati al tavolo delle scelte decisive. Bene ha fatto il governo italiano a schierarsi nel quadro europeo, l’unico attraverso cui possiamo contare. A riprova che il nostro interesse nazionale è l’integrazione europea, come hanno sostenuto Einaudi e De Gasperi fino a Ciampi, Napolitano e Mattarella.

In questo quadro, emerge con chiarezza che quando i negoziati inizieranno per la fine - o più probabilmente il congelamento - della guerra in Ucraina, Stati Uniti ed Europa offriranno garanzie di sicurezza all’Ucraina, che saranno soprattutto a carico degli europei. Per gli europei il compito è enorme e per la sua organizzazione ed esecuzione servirà che l’Unione costruisca e rafforzi strutture politiche, industriali, finanziarie e militari comuni. Sarà questa la questione fondamentale: garantire all’Ucraina ed a sé stessi sicurezza ed indipendenza dalle minacce militari russe, e dal distacco e crescente ostilità americana. Senza questo, qualsiasi tentativo di acquisire autonomia strategica, anche sulle questioni ecologiche, sarà vano.

L’Ucraina trova ormai nell’Unione Europea (e nella Gran Bretagna) l’unico alleato affidabile a fronte del rischio sempre presente che Washington abbandoni Kiev al suo destino. Sono invece le istituzioni europee e 26 dei 27 stati membri a coprire politicamente l’Ucraina. Per essa il futuro europeo è di fatto già operativo.

Ne è una dimostrazione anche la folta delegazione europea a Washington, che rappresenta un segnale di unità. E che la guidi von der Leyen, che di fatto ha dato la linea con la conferenza stampa congiunta con Zelensky di ieri, è positivo. Ma è ancora un’unità dovuta alla condivisione dei timori, e non politica. Non esiste infatti una politica estera, di sicurezza e difesa europea, e non esiste un sistema di governo comune in questi campi che, solo, sarebbe in grado di garantire sistematicamente decisioni e azioni comuni. Gli europei sono andati “insieme” più che uniti, per provare a contare qualcosa “insieme”, visto che ciascuno di loro non conta nulla. Ma per garantire la sicurezza dell’Ucraina e dell’Europa dovranno avere un sussulto di dignità e creare una difesa e una politica estera europea, nel quadro di una vera unità politica.

Per farlo serve un’iniziativa tra tutti coloro che, a livello europeo e nazionale, vogliano preservare la capacità degli europei di decidere in libertà. Tale iniziativa deve includere la volontà di forzare gli strumenti dei trattati europei esistenti per accelerare le decisioni comuni, superando l’unanimità, pronti a procedere in tal senso con un’avanguardia che apra la strada. Occorre poter far leva su un bilancio europeo più ambizioso di quello pluriennale proposto recentemente dalla Commissione, con strumenti finanziari e nuove risorse proprie - che possano essere decise a livello europeo a maggioranza qualificata, senza bisogno dell’unanimità e delle ratifiche dei 27 Stati membri - per finanziare una difesa europea capace di dissuadere Putin e per poter fare vere politiche europee nei settori strategici. Per questo è necessario avviare un percorso per costruire una vera integrazione politica, di natura federale, indispensabile per poter garantire la sicurezza europea e gestire un nuovo allargamento dell’UE.

In un momento così drammatico, nonostante tutto, si vedono possibilità di crescita politica del processo di unificazione. L’Unione Europea ha saputo resistere ad una serie senza precedenti di crisi globali – da quella finanziaria del 2008 a quella del debito sovrano del 2011, dalla Brexit alla pandemia, fino all’invasione russa dell’Ucraina - e oggi si sta cementando la consapevolezza di dovere creare, nell’intersezione tra Unione Europea e NATO, un sistema europeo di sicurezza collettiva. Per avanzare lungo questo percorso, tuttavia, occorre che l’Unione Europea rafforzi in senso federale il proprio quadro politico ed istituzionale, attualmente incapace di far fronte all’instabilità globale. Questa consapevolezza deve guidare la politica tutta, perché il progetto dell’unità politica europea torni ad essere una battaglia bipartisan che unifica le forze responsabili del Paese in nome della libertà, della democrazia e nell’interesse dei cittadini.

Roberto Castaldi                                                                                                      Luisa Trumellini

Segretario generale del MFE                                                                                Presidente del MFE


 

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