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La spaventosa tragedia del peschereccio naufragato di fronte alle coste di Lampedusa non è il risultato di una sorte avversa, ma il prodotto di politiche sbagliate e dell'atteggiamento egoistico e rinunciatario dell'Europa rispetto ai drammi che stanno vivendo i popoli del Nord Africa e del Medio oriente. Di fronte agli imponenti flussi migratori che la investono, l'Europa non si è presentata con il volto accogliente di chi offre ospitalità, solidarietà e speranza a chi soffre, ma con il volto arcigno di chi si barrica entro i propri confini come in una fortezza.

La politica italiana dell'immigrazione, regolata dalla legge Bossi-Fini, si distingue per una particolare asprezza delle norme dirette a tutelare la sicurezza interna nei confronti di infiltrazioni criminali e terroristiche a scapito del riconoscimento dei diritti fondamentali della persona e del dovere di protezione. L'Italia ha respinto o espulso migranti che avevano diritto a essere accolti perché perseguitati in patria; pescatori che hanno soccorso dei naufraghi sono stati processati e condannati per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina; nei Centri di identificazione ed espulsione sono detenute persone che non hanno commesso nessun reato e nei confronti delle quali sono state spesso denunciate violazioni delle norme umanitarie.

L'Italia ha le sue gravi responsabilità, ma il vero problema è la mancanza di un'efficace politica europea dell'immigrazione. Nessun paese può illudersi di fare fronte da solo alla sfida delle migrazioni dall'Africa e dall'Asia. Eppure gli Stati sono riluttanti a riconoscere che nel contesto della globalizzazione le frontiere nazionali rappresentano una sopravvivenza del passato. Il flusso migratorio è inarrestabile. E' dunque urgente che l'Europa rovesci il proprio atteggiamento di chiusura e si impegni ad affrontare il problema alla radice, con un piano che miri a promuovere pace, sviluppo e democrazia nei paesi del Mediterraneo. Il Piano Marshall rappresenta un importante precedente cui ispirarsi.

Il vuoto di potere lasciato dagli Stati Uniti nel Mediterraneo deve essere colmato da un'Unione europea capace di parlare con una sola voce. Di fronte alla crescente instabilità della regione, l'Europa ha offerto un desolante spettacolo di impotenza. E' giunto il momento di dare nuovo slancio al progetto di una Comunità euro-mediterranea. Per perseguire questo obiettivo, occorre convocare una Conferenza per la sicurezza e la cooperazione nel Mediterraneo, secondo il modello della Conferenza di Helsinki, che nel 1975 impresse un nuovo corso alle relazioni Est-Ovest. Questo è il veicolo per perseguire la riduzione degli armamenti, la creazione di una zona denuclearizzata nel Medio oriente, avviare un piano di sviluppo economico e tecnologico, sostenere il movimento democratico della primavera araba, promuovere l'integrazione economica e l'unificazione federale della Lega araba e stroncare le bande criminali che hanno il monopolio del trasporto degli immigrati verso l'Europa. Solo una politica di solidarietà consentirà di fare uscire il Mediterraneo dal caos e di costruire progressivamente l'ordine della pace.

Spetta all'Unione europea creare le condizioni esterne per avviare un processo di pacificazione, di sviluppo e di democratizzazione della regione mediterranea. Per conseguire questo obiettivo, essa deve dotarsi di poteri federali nei settori della politica estera e di sicurezza e accrescere le risorse proprie del suo bilancio, a partire dai paesi dell'eurozona.

 

Lucio Levi

(Presidente nazionale del Movimento federalista europeo)

  


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