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“L’Europa è tornata. Ha di nuovo il vento nelle vele, e si è aperta una finestra di opportunità. Ma non durerà per sempre. Dobbiamo saper sfruttare al meglio l’occasione che ci si presenta”.
Il Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha aperto con queste parole, a Strasburgo, il 13 settembre, il suo discorso sullo stato dell’Unione. Nonostante la Brexit, nonostante la forte presenza politica del populismo e del nazionalismo in quasi tutti i paesi dell’Unione, nonostante le fragilità che continuano a minacciare il futuro della costruzione europea (e che non sono cambiate nella sostanza rispetto all'anno scorso, quando, nella stessa circostanza, l’esordio di Juncker era stato: “La nostra Unione sta vivendo, almeno in parte, una crisi esistenziale”), tuttavia il consenso dei cittadini per l’Europa è tornato a crescere, dimostrandosi saldamente maggioritario (nonostante, forse, l’Italia, che rimane il fanalino di coda sotto questo profilo). I valori incarnati dal progetto dell’Europa unita continuano dunque a costituire un punto di riferimento essenziale per gran parte delle nostre società. Ad aiutare vi è anche l’economia che è tornata a crescere, e il fatto che le crisi più gravi – a partire dall'emergenza migratoria – sono state tamponate (anche se non certo risolte); la sensazione che si respira nell'Unione europea è che il peggio sia alle spalle.

Per molti versi è così; ma i risultati delle elezioni in Germania (con la forte affermazione del partito xenofobo di Alternative für Deutschland e il netto calo del partito cristiano-democratico di Angela Merkel e di quello socialdemocratico), o la crisi in Spagna – che comunque chiama in causa anche l’Europa benché sia legata alle questioni interne del micronazionalismo e delle spinte secessioniste in Catalogna e alle difficoltà e agli errori del governo centrale nel gestire la situazione – dimostrano quanti e quali rischi continua a correre questa Unione europea. Questi rischi sono destinati a durare e a moltiplicarsi finché gli Stati membri, invece di accettare di condividere alcuni elementi della sovranità e di costruire un limitato ma effettivo potere politico europeo, pretenderanno di conservare entrambi gelosamente sotto il proprio esclusivo controllo, pur non riuscendo più a gestirli di fronte a sfide di dimensione globale.

Il merito maggiore del discorso di Juncker è allora proprio quello di ricordare che i problemi dell’Europa non sono risolti, e che per consolidare la nostra Unione non dobbiamo riposare sugli allori, ma dobbiamo saper sfruttare il momento favorevole.
Questo è il testimone che Macron ha voluto raccogliere lo scorso 26 settembre alla Sorbona. Il discorso che ha tenuto in questa circostanza – un discorso annunciato e molto atteso perché avrebbe permesso di capire su quale base la coppia franco-tedesca avrebbe affrontato la questione del rilancio dell’Europa – ha una portata storica. Vi rimandiamo, per un commento più approfondito, al Comunicato del MFE. Qui è importante sottolineare che Macron ha voluto creare un momento di discontinuità rispetto all’andamento di questi ultimi anni, in cui, pur avendo individuato le radici della crisi e avendo anche indicato le soluzioni giuste, i governi nazionali hanno finito col bloccare il processo di riforma dell’UE. La sua proposta è dirompente perché non si limita ad affrontare singoli settori o singole politiche, ma pone il problema di una “rifondazione dell’Europa sovrana, unita democratica (che è “il solo modo per garantire il nostro avvenire”), ed è consapevole della responsabilità dei governi nazionali sotto questo profilo. Per questo propone di partire dall'iniziativa del gruppo dei paesi che vorranno contribuire a questa rifondazione, associando le istituzioni europee per definire insieme il progetto politico-istituzionale concreto; un progetto che poi si propone venga dibattuto nei paesi membri attraverso delle convenzioni democratiche volte a coinvolgere le società nazionali, aprendo così un vero e proprio processo costituente. Sulla natura di questo progetto Macron ha già indicato alcuni punti fermi, che la Francia ritiene essenziali: la rifondazione dell’Unione europea implica la presa d’atto che tra i paesi europei alcuni ancora non condividono l’obiettivo dell’unione politica. A questi paesi, da un lato, devono essere garantiti tutti i diritti dell’appartenenza ad un grande mercato unico, che deve essere ulteriormente rafforzato sotto il profilo dell’armonizzazione fiscale e della protezione dei cittadini, in primis sul piano sociale, e sotto il profilo della solidarietà concreta; un progetto di unione solida, fondato innanzitutto sulla condivisione dei valori della democrazia e dello Stato di diritto, che devono diventare criterio assolutamente discriminante. Ma, dall'altro lato, questi paesi non devono poter frenare l’integrazione più approfondita di chi intende procedere per rendere l’Europa sovrana, unita, democratica. Su questo Macron, oltre al percorso, già citato, per giungere ad elaborare un progetto condiviso, avanza una serie di proposte precise in diversi settori, dalla difesa e dalla politica estera, alla politica fiscale, a quella industriale, all'innovazione tecnologica e al digitale; e soprattutto individua la centralità dell’area euro, perché “è a partire da questa Unione economica e monetaria, è nel suo ambito che possiamo creare il cuore di un’Europa integrata”.

Con questa mossa coraggiosa Macron riporta dunque la Francia al centro del processo europeo, ridandole un ruolo di leadership; e, di fatto rafforza anche la posizione di Angela Merkel in Germania, nella misura in cui vorrà condividere questo rilancio sovranazionale e politico dell’Europa.
Da parte sua, l'Italia ha tutto l'interesse a sostenere questa svolta e a cercare di esercitare un ruolo federatore. Come ricorda Macron, “solo l’Europa può darci una capacità d’azione nel mondo, di fronte alle grandi sfide contemporanee. In una parola, solo l’Europa può assicurare una sovranità reale, ossia permetterci di esistere nel mondo per difendere i nostri valori e i nostri interessi.” Se questo discorso è vero per la Francia, lo è ancora di più per l’Italia. Si tratta pertanto di un impegno che, nel nostro paese, devono saper assumere tutte le forze politiche e sociali favorevoli ai valori su cui si fonda l’Europa: la pace, l’unità, la democrazia, la solidarietà.
Di qui alle elezioni in primavera il MFE incentrerà la sua Campagna proprio su questo: la rifondazione federale dell’Europa e le responsabilità del nostro paese per raggiungere questo obiettivo. Con la consapevolezza che davvero oggi o si riesce a vincere la sfida dell’unità, o la finestra di opportunità di cui stiamo godendo si richiuderà, e a nessuno è dato sapere se e quando potrà mai riaprirsi.

  


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