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Merkel e Sarkozy hanno, per il momento, escluso l’introduzione a breve degli eurobonds. Ma il risultato è stato che di eurobonds se ne parla sempre più, sia in Germania sia in Francia, sia nel resto d’Europa e del mondo. Degli aspetti della questione considerati molto tecnici sono ormai entrati nel dibattito politico e nei commenti sulla stampa (si veda in proposito anche il recente articolo di Prodi-Quadrio Curzio sul Sole 24ore http://www.ilsole24ore.com/art/economia/2011-08-22/eurounionbond-nuova-europa-201300.shtml?uuid=AapbbDyD&fromSearch).

Un aspetto rilevante di questo dibattito, che coinvolge esperti e non, politici ed opinione pubbliche, è costituito dal fatto che affrontare questo tema implica ormai sempre più occuparsi anche degli aspetti istituzionali, politici e di quelli legati alla legittimità democratica collegati alla necessità di introdurre un meccanismo di condivisione del debito e della politica fiscale a livello di Eurozona. Un debito che, come ha opportunamente ricordato Daniel Gros nell’ultimo bollettino del CEPS (http://www.ceps.eu/book/august-2011-what-do-when-euro-crisis-reaches-core), non è stato creato, come a suo tempo nel caso degli Stati fondatori degli Stati Uniti d’America, per realizzare un obiettivo comune (allora la guerra di indipendenza), fatto questo che rese possibile, giustificabile ed accettabile allora il consolidamento dei debiti “nazionali” dei singoli Stati membri in debito federale sotto la Costituzione di Filadelfia, ma per perseguire e realizzare politiche nazionali. In ogni caso, “Eurobonds, scrive Gros dopo aver spiegato alcune possibili strade da percorrere per affrontare l’emergenza sfruttando i meccanismi offerti dai Trattati, “can only make sense in a political union and even then only when debt levels are low”. Questi sono i nodi da sciogliere su cui occorre incalzare i paesi dell’Eurozona.

 

  


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